Gli Archivi Berzin

Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Affrontare la gelosia

Alexander Berzin
Marzo 2004
Traduzione italiana a cura di Benedetta Lanza

Emozioni disturbanti

Tutti noi sperimentiamo emozioni disturbanti (nyon-mongs, sct. klesha, emozioni afflittive): stati della mente che quando vengono generati causano la perdita della pace mentale e ci rendono inabili, tanto da perdere il controllo su noi stessi. Esempi comuni sono avidità, attaccamento, ostilità, rabbia e gelosia. Essi innescano l’insorgere di vari impulsi mentali, quelli che in genere portano a comportamenti distruttivi. Questi impulsi possono portarci ad agire in maniera distruttiva verso gli altri o verso noi stessi. Come risultato creiamo problemi e sofferenza agli altri e, inevitabilmente, a noi stessi.

Esiste una vasta gamma di emozioni disturbanti. Ogni cultura traccia mentalmente una linea intorno a un insieme di esperienze emotive comuni, sperimentate dalla maggior parte delle persone che fanno parte di quella società, decide determinate caratteristiche che le definiscono come categoria, e danno un nome a questa categoria. Naturalmente ogni cultura sceglie differenti esperienze emotive comuni, diverse caratteristiche che le definiscono e che servono a descriverle e, in questo modo, inventano differenti categorie di emozioni disturbanti.

Le categorie di emozioni disturbanti descritte da diverse culture spesso non combaciano esattamente, perché le definizioni delle emozioni sono leggermente diverse. Ad esempio, il sanscrito ed il tibetano hanno una sola parola per “gelosia” (phrag-dog, sct. irshya), mentre la maggior parte delle lingue occidentali ne hanno due. L’inglese ha “jealousy” [gelosia] e “envy,” [invidia] mentre il tedesco “Eifersucht” e “Neid.” La differenza tra i due termini inglesi non è esattamente la stessa di quelli tedeschi, ed il sanscrito e tibetano non corrispondono esattamente a nessuno dei termini in queste due lingue. Se noi, da occidentali, abbiamo problemi emotivi che fanno parte della categoria generale designata tra quelle formulate dalla nostra cultura e dal nostro linguaggio, e desideriamo apprendere i metodi buddhisti per superarli, avremo bisogno di analizzare e scomporre le nostre emozioni così come le concettualizziamo, in una combinazione di varie emozioni disturbanti come vengono definite nel Buddhismo.

“Gelosia” come viene definita nel Buddhismo e “invidia” come viene definita in inglese

I testi buddhisti dell’abhidharma descrivono la “gelosia” (phrag-dog) come parte dell’avversione. Viene definita come “emozione disturbante che si focalizza sulle realizzazioni altrui, quali le loro buone qualità, i possedimenti, o il successo, e consiste nell’incapacità di tollerare le loro realizzazioni a causa di un eccessivo attaccamento verso il proprio guadagno o verso il rispetto che riceviamo.”

Attaccamento qui vuol dire che siamo concentrati su qualche aspetto della vita nel quale gli altri hanno ottenuto più di noi, e che stiamo valutando i suoi aspetti positivi in modo esagerato. Nella nostra mente questo aspetto diventa uno tra i più importanti della vita e basiamo su di esso il nostro senso di autostima. E’ implicita un’eccessiva preoccupazione per, ed attaccamento a, “me.” Così, da questo punto di vista, siamo gelosi perché “attaccati al nostro guadagno personale o al rispetto degli altri.” Ad esempio, ci possiamo fissare su quanti soldi abbiamo o su quanto siamo attraenti. La gelosia, quale aspetto dell’avversione, aggiunge a questo attaccamento un forte elemento di risentimento verso ciò che gli altri hanno ottenuto in questi campi. E’ l’opposto del gioire e del sentirsi felici per ciò che altri hanno realizzato.

In inglese, una delle definizioni di gelosia è “ostilità verso qualcuno che si ritiene stia godendo di un vantaggio.” Questa è solo una parte della definizione buddhista, in essa manca l’elemento dell’attaccamento nei confronti del campo in cui l’altra persona è in vantaggio. Questa definizione indica solo che il vantaggio può essere vero o meno, ma non esamina l’effettiva importanza di quel campo o la preoccupazione nei confronti di “me.”

Inoltre la gelosia, così com’è definita nel Buddhismo, copre in parte ma non completamente il termine inglese envy [invidia]. Envy aggiunge qualcos’altro. Aggiunge quella che nel Buddhismo è chiamata “bramosia” (brnab-sems). La bramosia è “l’eccessivo desiderio verso qualcosa posseduto da un altro.” Così, la definizione di “envy” in inglese è “una consapevolezza dolorosa o risentita circa un vantaggio goduto da qualcun altro, unita al desiderio di godere dello stesso vantaggio.” In altre parole, oltre all’incapacità di sopportare le realizzazioni godute da qualcun altro in un settore della vita del quale, come viene sottolineato dal Buddhismo, stiamo esagerando l’importanza, l’invidia è il desiderio di avere noi stessi queste realizzazioni. In questo settore possiamo essere poveri o carenti, oppure possiamo essere nella media o sopra la media. Se siamo invidiosi e vogliamo ancora di più, la nostra bramosia si è trasformata in avidità. Spesso, anche se non necessariamente, include anche il desiderio che gli altri vengano privati di ciò che hanno ottenuto, in modo da poterlo avere noi al loro posto. In questo caso nell’emozione è presente un ulteriore ingrediente, il rancore.

L’invidia, quale combinazione di gelosia e bramosia, porta alla competitività. Trungpa Rinpoche discusse la gelosia come l’emozione disturbante che ci porta a diventare altamente competitivi, e a lavorare in maniera fanatica per superare gli altri o noi stessi. E’ connessa con l’azione energica, la cosiddetta “famiglia del karma.” A causa della gelosia e dell’invidia per le realizzazioni altrui, facciamo pressione su noi stessi o verso gli altri che sono al di sotto di noi, per fare sempre di più, come avviene nelle competizioni estreme in affari o nello sport. E’ per questo che il Buddhismo usa il cavallo per rappresentare la gelosia. Gareggia con altri cavalli per gelosia. Non può sopportare che un altro cavallo corra più veloce.

Gelosia e competizione

E’ vero che nel Buddhismo, la gelosia è strettamente legata alla competitività, anche se la prima non necessariamente porta alla seconda. Qualcuno potrebbe essere geloso degli altri e a causa della scarsa stima in se stesso, non tentare neanche di mettersi in competizione con loro. In modo simile, essere competitivo non necessariamente implica la gelosia. Alcune persone amano competere nello sport per puro divertimento, per divertirsi in compagnia di altri, senza neanche voler tenere il punteggio.

Il Buddhismo collega la gelosia alla competitività in modo differente. Ad esempio in Impegnarsi nelle Azioni di un Bodhisattva (sPyod-‘jug, sct. Bodhicharyavatara), Shantideva include nello stesso argomento la gelosia nei confronti di coloro che si trovano in una posizione superiore, la competitività nei confronti dei propri pari e l’arroganza verso coloro che si trovano ad un livello inferiore. Il tema da lui trattato fa parte del contesto nel quale si impara a considerare tutti gli esseri allo stesso livello [di noi stessi].

Qui il Buddhismo affronta il problema relativo alla sensazione che “io” sono speciale, il che è all’origine di tutte e tre le emozioni disturbanti. Ad esempio se pensiamo e sentiamo che “io” sono l’unico capace di eseguire bene ed in modo corretto un determinato compito come insegnare a un nostro amico a guidare la macchina, se qualcun altro prova a farlo, proviamo gelosia. Questo non porta necessariamente alla competizione. Se, d’altra parte, pensiamo e sentiamo che “io” sono l’unico che merita di fare nello specifico qualcosa, come ad esempio avere successo nella vita, e siamo invidiosi se qualcun altro ci riesce, allora diventiamo competitivi. Dobbiamo superare l’altra persona, anche se abbiamo già ottenuto un moderato successo. In entrambi gli esempi, alla base della gelosia e dell’invidia c’è una forte sensazione di “io” ed una forte preoccupazione solo per noi stessi. Non consideriamo gli altri al nostro livello. Pensiamo di essere speciali.

La soluzione proposta dal Buddhismo per i problemi e l’infelicità causata da queste forme di gelosia, invidia, competitività ed arroganza, è lavorare sulla concezione errata dell’ ”io” e del “tu.” Bisogna rendersi conto che tutti sono nostri pari e riuscire a vederli in questo modo. Tutti hanno la stessa capacità di base, nel senso che tutti hanno la natura di Buddha. Tutti hanno lo stesso desiderio di essere felici e di riuscire, e non vogliono essere infelici o fallire. E tutti hanno lo stesso diritto di essere felici e di avere successo, e di non essere infelici o fallire. In questo senso, non vi è nulla di speciale in “me.” Inoltre il Buddhismo insegna l’amore: il desiderio che tutti, senza distinzioni, siano felici.

Quando impariamo a vedere tutti in modo equanime, per quanto riguarda la natura di Buddha e l’amore, allora saremo aperti a comprendere come dobbiamo relazionarci sia verso coloro che hanno avuto più successo di noi, sia verso coloro che hanno avuto successo là dove noi non lo abbiamo avuto. Gioiamo nel loro successo, proprio perché desideriamo che tutti siano felici. Inoltre cerchiamo di aiutare i nostri pari ad avere successo, piuttosto che metterci in competizione con loro cercando di superarli. Per quanto riguarda coloro che hanno avuto meno successo di noi, cerchiamo di aiutarli piuttosto che gongolarci in modo maligno ed arrogante sentendoci migliori di loro.

Il rafforzamento culturale della gelosia e competitività

I metodi suggeriti dal Buddhismo sono estremamente avanzati e particolarmente difficili da applicare quando la gelosia e la competitività che sorgono automaticamente sono rinforzate, rafforzate e persino premiate da certi valori culturali dell’occidente. Dopo tutto, a quasi tutti i bambini piace vincere e piangono quando perdono. Ma, in aggiunta a questo, molte culture occidentali insegnano il capitalismo come la migliore forma di società democratica. All’origine di ciò c’è la teoria che il più forte sopravvive, il che fa della competizione l’elemento propulsore della vita, invece, ad esempio, dell’amore e dell’affetto. Inoltre le culture occidentali rinforzano l’importanza del successo e della vittoria con l’ossessione per gli sport competitivi, e con la glorificazione dei migliori atleti e delle persone più ricche al mondo.

Inoltre, l’intero sistema politico democratico ed elettorale implica la competizione, quando ci si offre e poi si vende noi stessi come candidati mostrando a tutti come siamo migliori dei nostri rivali per la carica. E’ pratica comune in occidente che in campagna elettorale ci si impegni anche con intenso sforzo per cercare ogni possibile punto debole nei candidati rivali, anche per quanto riguarda la loro vita privata, ingigantendo questi punti in modo smisurato e rendendoli il più possibile pubblici al fine di screditare il concorrente maschile o femminile. Per molte persone, un comportamento di questo genere basato su gelosia e competitività, è visto come lodevole e giusto.

Dall’altro lato, la società tibetana disapprova chiunque disprezzi gli altri dichiarandosi migliore di loro. Questi sono considerati tratti caratteriali negativi. In effetti, il primo voto radice del bodhisattva è non lodare se stessi e disprezzare le altre persone che si trovano ad un livello inferiore rispetto a noi il che, in questo caso, corrisponderebbe alla diffusione di quelle notizie presso il pubblico votante. La motivazione è descritta come desiderio di guadagno, elogio, amore, rispetto e così via da parte della persona in questione, e gelosia delle persone sminuite. Non fa differenza se ciò che si afferma è vero o falso. In contrasto, quando si parla di noi stessi con estrema modestia, affermando, “Non ho buone qualità, non ho conoscenze,” questo è considerato lodevole. Quindi democrazia e campagna elettorale sono totalmente aliene e non funzionano nella società tibetana, se praticate secondo il modo usuale occidentale.

Anche il solo affermare che ci si vuole candidare per una carica è visto come un sospetto segno di arroganza e come scopo non altruistico. L’unico compromesso possibile è essere rappresentante dei candidati, e mai i candidati stessi, e descrivere le loro buone qualità senza mai compararli agli altri candidati rivali o dire cose negative su di essi. Questo, comunque, non viene fatto quasi mai. In genere i candidati, persone molto conosciute provenienti da famiglie nobili o lama incarnati, vengono nominati senza che sia stato neppure chiesto loro se desiderano concorrere o meno. Se essi dichiarano di non volersi candidare per quell’incarico, ciò viene preso come un segno di modestia, mentre dire subito “sì” indica arroganza e avidità di potere. Per qualcuno che viene nominato è quasi impossibile rifiutare. La votazione si svolge quindi senza campagna elettorale. In genere le persone votano per il candidato più conosciuto.

Così, il metodo buddhista di gioire per le vittorie degli altri e addirittura di concedere la vittoria agli altri ed accettare la propria sconfitta, potrebbe non essere il rimedio adatto per quegli occidentali che sono fortemente convinti delle virtù del capitalismo e del sistema elettorale occidentale. Come occidentali, prima di tutto dovremmo rivedere la validità dei nostri valori culturali e delle forme dottrinali di gelosia e competitività che sorgono dall’accettare tali valori, prima ancora di affrontare quelle forme che si manifestano automaticamente.

Un esempio che può aiutarci a comprendere quanto siano relative la gelosia e la competitività occidentali di origine culturale, è quello di un mercato indiano. In India ci sono mercati di vestiti, di gioielli, di verdure, e così via. Ciascuno di essi è fatto di file di banchi e negozi, uno accanto all’altro, dove si vendono più o meno le stesse identiche cose. La maggior parte dei negozianti sono amici e spesso siedono fuori ai negozi a bere insieme il tè. Il loro atteggiamento è che il successo del negozio dipende dal loro karma.

La gelosia in senso occidentale

Mentre la gelosia nel Buddhismo riguarda principalmente l’emozione disturbante che in inglese è definita come “invidia” pur non coincidendo con essa, l’inglese descrive un’altra emozione disturbante simile che chiama “gelosia.” Per la maggior parte degli occidentali, questo tipo di gelosia causa ancora più sofferenza del tipo descritto dal Buddhismo.

Piuttosto che focalizzarsi su ciò che un’altra persona ha ricevuto e che noi non abbiamo avuto, questa forma di gelosia si concentra su qualcuno che dà qualcosa a qualcun altro, piuttosto che a noi. Così in inglese, la prima definizione di gelosia che si trova nel dizionario è “intolleranza alla rivalità o all'infedeltà.” Ad esempio proviamo gelosia se il nostro partner flirta con un altro uomo o un’altra donna o se trascorre molto tempo con un’altra persona. Perfino un cane prova questo tipo di gelosia quando in casa arriva un neonato. Così, al pari della gelosia nel Buddhismo, contiene elementi di risentimento e ostilità. Ma in aggiunta, ha anche forti elementi di insicurezza e sospetto.

Se siamo insicuri, quando un amico o il partner si trova con qualcun altro, siamo gelosi. Questo accade perché l’insicurezza riguarda la nostra autostima, siamo insicuri dell’amore che l’altra persona ha per “me,” e così non abbiamo fiducia del nostro amico. Temiamo che “noi” verremo abbandonati.

Per affrontare questo tipo di gelosia, dobbiamo anche imparare l'uguaglianza di tutti. Qui il nostro problema non è basato dottrinalmente su valori culturali, quindi forse è più facile applicare direttamente il discernimento buddhista. Il cuore ha la capacità di amare tutti, questo è un aspetto della natura di Buddha. Riaffermare questo fatto è un modo per superare la gelosia. In altre parole, il cuore di chiunque ha questa capacità, incluso quello del nostro amico o amante. Se sono così chiusi da non avere posto per me nel loro cuore, possiamo sviluppare compassione nei loro confronti. Non si rendono conto delle capacità della loro natura di Buddha e, di conseguenza, si privano di una delle gioie più grandi della vita.

Noi stessi abbiamo bisogno di aprirci a tutti. Con il cuore aperto, possiamo provare amore per l’amico, il partner, il figlio, l’animale domestico, i genitori, il paese, la nostra gente, la natura, Dio, hobby, lavoro ecc. Nel nostro cuore c’è posto per l’amore nei confronti di tutti loro. L’amore non è esclusivo. Siamo perfettamente in grado di affrontare e di relazionarci a tutti questi oggetti del nostro amore, e di esprimere i nostri sentimenti nei modi appropriati a ciascun oggetto. Non esprimiamo il nostro amore ed affetto verso il nostro cane allo stesso modo in cui lo esprimiamo nei confronti di nostra moglie o marito, o verso i nostri genitori. Non abbiamo rapporti sessuali con tutti loro.

I temi della monogamia e dell’infedeltà sessuale sono estremamente complessi e coinvolgono molte altre questioni. Non sono argomento di discussione qui. In ogni caso se il nostro partner sessuale, in particolare il nostro o la nostra consorte, soprattutto se si hanno bambini piccoli insieme, è infedele o trascorre molto tempo con altre persone, la gelosia, il risentimento e la possessività non sono mai risposte emotive che aiutano. Dobbiamo affrontare la situazione in modo più sobrio. Il gridare al nostro partner o cercare di farlo sentire in colpa, avrà scarsissime possibilità di fare in modo che lui o lei ci ami.

Inoltre queste risposte emotive sono, in parte, influenzate culturalmente. Ad esempio, una moglie giapponese o indiana non si aspetta che suo marito trascorra con lei il tempo che, dopo il lavoro, è dedicato ai contatti sociali, ma che piuttosto lo trascorra con le sue amicizie maschili. Così, nella maggior parte dei casi, sarà felice di trascorrere con le sue amiche il tempo che dedica alle relazioni sociali, in modo separato da quello di suo marito.

In aggiunta, se siamo convinti che l’amore e la stretta amicizia debbano rivolgersi esclusivamente ad una persona, se poi questa persona ha un’amicizia con qualcun altro, allora non ci sarà posto per “me:” questa è gelosia. E’ basata sulla sensazione di un “io” solido che dev’essere speciale, e di un “tu” così speciale da volere l’amore di questa sola persona. Anche se ci sono molte altre persone che ci amano e che amiamo, tendiamo ad ignorare questo fatto e a pensare “Questo non conta.”

Aprendo il nostro cuore continuamente ed il più possibile e riconoscendo l’amore che amici, parenti, animali domestici e così via hanno oggi per noi, hanno avuto in passato ed avranno in futuro, ci aiuta a sentirci più sicuri emotivamente. Questo, a sua volta, ci aiuta a superare qualsiasi idea fissa circa il fatto che qualcuno sia uno speciale oggetto di amore; non lo siamo neanche noi stessi.

Onniscienza e amore per tutti gli esseri vuol dire tenere tutti nella nostra mente e nel nostro cuore. Ciononostante quando un Buddha è focalizzato su o con una persona, la sua concentrazione è al 100% su quella persona. Quindi, provare amore per tutti non vuol dire diluire l’amore per ciascun individuo. Se apriamo il nostro cuore a molte persone, non dobbiamo temere che le nostre relazioni personali diventino meno intense o soddisfacenti. Saremo forse meno aggrappati e dipendenti da quella relazione che doveva soddisfarci su tutti i fronti, e forse trascorreremo meno tempo con ciascun individuo, ma in ogni [relazione] ci sarà un totale coinvolgimento. Questo è vero anche per quanto riguarda l’amore altrui nei nostri confronti: quando siamo gelosi del fatto che si tratta di un amore diluito perché amano anche qualcun altro.

Inoltre è un’aspettativa irrealistica quella per cui una persona possa creare insieme a noi una speciale coppia perfetta, l' “altra metà” complementare in tutto, con la quale possiamo condividere qualunque aspetto della vita. Tale aspettativa è basata sull’antico mito greco platonico per il quale originariamente eravamo un tutt’uno poi diviso in due. Da qualche parte “lì fuori” si trova la nostra metà; e vero amore vuol dire ritrovare e riunirsi con la nostra metà mancante. Anche se questo mito è diventato la base per il romanticismo occidentale, non corrisponde alla realtà. Credere [nel mito], è uno specifico fenomeno culturale acquisito, così come lo è il credere che un bel principe arriverà su un cavallo bianco per salvarci.

L’apparenza ingannevole alla base della gelosia e dell’invidia

Come abbiamo visto, la gelosia è l’incapacità di sopportare il successo di qualcuno, in un campo che consideriamo esageratamente importante come ad esempio il successo finanziario di lui o lei. Invidiosi, vorremmo essere stati noi ad ottenere quei risultati. Abbiamo anche analizzato la variazione di questo: quando qualcuno riceve qualcosa da qualcun altro, come amore o affetto. E vorremmo invece essere stati noi a riceverlo.

Questa emozione disturbante deriva da due apparenze ingannevoli che, a causa della confusione e ignoranza circa il modo di esistere delle cose, la nostra mente crea e proietta. La prima è l’apparenza dualistica di (1) un “io” apparentemente concreto che merita intrinsecamente di ottenere o ricevere qualcosa che non ha avuto e (2) un apparentemente concreto “tu” che intrinsecamente non se lo meritava. Inconsciamente, sentiamo che il mondo ci deve qualcosa e che è ingiusto quando sono altri a riceverlo al posto nostro. Dividiamo il mondo in due solide categorie: “perdenti” e “vincenti” ed immaginiamo che le persone esistano veramente e possano essere incasellate in queste categorie che appaiono come veramente concrete. Poi classifichiamo noi stessi nella categoria solida e permanente dei “perdenti” e l’altra persona nella categoria solida e permanente dei “vincenti.” Addirittura potremmo mettere tutti gli altri, tranne noi stessi, tra i vincenti. Non solo proviamo risentimento ma ci sentiamo destinati a fallire. Questo conduce alla dolorosa idea fissa del “povero me.”

In genere l’ingenuità riguardo alla legge di causa e effetto accompagna la gelosia e l’invidia. Ad esempio non comprendiamo ed arriviamo a negare che la persona che ha ottenuto una promozione o dell’affetto, abbia fatto qualcosa per guadagnarla o meritarselo. Oltre a ciò, sentiamo che dovremmo ottenerlo senza dover fare nulla affinché ciò avvenga. In alternativa, sentiamo di aver fatto moltissimo senza essere stati ricompensati. Così la nostra mente crea una seconda apparenza secondaria e la proietta. Alla nostra mente confusa sembra che le cose avvengano senza alcuna ragione, o per una ragione sola: quello che abbiamo fatto solo noi.

Smontare le apparenze ingannevoli

Dobbiamo smontare queste due apparenze ingannevoli. La nostra cultura può averci insegnato che il principio guida insito nel mondo degli esseri viventi è la competizione. La determinazione di vincere, la sopravvivenza del più forte. Ma questa premessa potrebbe non essere vera. Ciononostante se l’accettiamo, saremo portati a credere che il mondo è intrinsecamente diviso, per sua natura, in un’ assoluta dicotomia di vincitori e perdenti. Di conseguenza percepiamo il mondo nelle categorie concettuali fisse di vincitori e perdenti, e naturalmente inquadriamo noi stessi nella stessa cornice concettuale.

Anche se questi concetti di vincitore, perdente e competizione possono essere utili per descrivere l’evoluzione, dobbiamo renderci conto che sono solo costruzioni mentali arbitrarie. “Vincitore” e “perdente” sono solo etichette mentali. Sono categorie utili per descrivere determinati eventi, come arrivare primo ad una gara, ottenere una promozione sul lavoro al posto di un altro o perdere un cliente o uno studente a vantaggio di qualcun altro. Allo stesso modo potremmo facilmente dividere le persone nelle categorie di “persona piacevole” e “persona non piacevole,” a seconda di come definiamo “piacevole.”

Quando ci rendiamo conto che tali gruppi di categorie dualistiche sono mere costruzioni mentali, iniziamo a realizzare che non c’è nulla di intrinseco dal lato dell' “io” o del “tu” che ci blocca in queste rigide categorie. Non è che di base, intrinsecamente, siamo dei perdenti e che pensando a noi stessi come perdenti finalmente abbiamo scoperto la verità: che il vero “me” è un perdente. Povero “me.” Piuttosto, abbiamo molte altre qualità al di là del fatto che abbiamo perso un cliente a vantaggio di qualcun altro, quindi perché fissarsi su questo aspetto, come se esso coincidesse con il vero “me.”

Inoltre, è solo a causa della nostra mente limitata e della nostra preoccupazione per il “povero me” e per il “tu, bastardo” che successo e fallimento, guadagno e perdita sembrano avvenire senza alcuna ragione o per ragioni irrilevanti. Questa è la ragione per cui pensiamo che ciò che ci è accaduto è ingiusto. Quello che accade nell’universo, in realtà, avviene a causa di un’immensa rete di causa ed effetto. Sono così tante le cose che influenzano ciò che accade a noi e agli altri; è al di là della nostra immaginazione includere ogni fattore.

Quando smontiamo queste due apparenze ingannevoli (vincitori e perdenti, ed il fatto che le cose accadono senza ragione) e smettiamo di proiettarle, la nostra sensazione di ingiustizia si allenterà. Al di sotto della nostra gelosia resta solo la consapevolezza di ciò che è stato ottenuto, di ciò che è successo. Abbiamo perso un cliente a vantaggio di qualcun altro ed ora il cliente è di costui. Questo ci rende consapevoli di un obiettivo da perseguire. Se non ci fermiamo ad invidiare qualcuno per aver ottenuto o ricevuto qualcosa, forse possiamo imparare come quella persona ha raggiunto lo scopo. Questo ci consente di capire come possiamo raggiungerlo a nostra volta. La sola ragione per cui proviamo gelosia è che sovrapponiamo a questa consapevolezza le apparenze dualistiche e rigide identità.

Conclusione

Il Buddhismo offre una varietà di metodi per affrontare le emozioni disturbanti della gelosia e dell’invidia, sia che queste vengano definite nel modo buddhista o occidentale. Quando siamo afflitti da un’emozione disturbante in una di queste categorie generali, la sfida è quella di riconoscere correttamente le sue caratteristiche distintive ed il nostro retroterra culturale. Quando, attraverso la pratica meditativa, ci siamo addestrati in una varietà di metodi, possiamo poi scegliere quello più appropriato per affrontare qualunque difficoltà emotiva che ci troviamo a sperimentare.