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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Metodi per la meditazione

Mosca, Russia, Novembre 2005

La meditazione è ovviamente un tema importante se vogliamo mettere in pratica gli insegnamenti di Buddha. Tuttavia, la meditazione non è qualcosa specificamente buddhista. Essa si ritrova in tutte le tradizioni indiane, come pure in sistemi non-buddhisti al di fuori dell’India.

Il termine sanscrito per meditazione è “bhavana.Bhavana viene dal verbo “bhu” che significa “diventare” o “far diventare qualche cosa qualcos’altro.” Bhavana, quindi, è un processo attraverso il quale riceviamo un insegnamento su come sviluppare un certo stato mentale costruttivo e, in senso figurato, “diventiamo” questo stato. In altre parole, attraverso il processo della meditazione, facciamo sì che la nostra mente entri in un particolare stato benefico.

Poiché bhavana deriva dalla radice sanscrita “bhu,” cioè dalla parola “diventare,” bhavana implica una trasformazione. Per esempio, se stiamo meditando sull’amore, a tutti gli effetti ci trasformiamo in qualcuno che ha amore nel suo cuore. Quando il termine è stato tradotto dal sanscrito in tibetano, è stato tradotto con la parola che implica “sviluppare un’abitudine.” Questa è la parola tibetana “gom.Gom significa abituarci a qualcosa di positivo – non a qualcosa di negativo o di neutro – e quindi sviluppare un’abitudine positiva, costruttiva.

La parola tibetana, dunque, è del tutto simile, come significato o implicazione, alla parola sanscrita. L’implicazione di entrambi i termini è che per trasformare noi stessi in modo da diventare come il nostro obiettivo – qualcuno con amore nel suo cuore, per esempio – dobbiamo sviluppare l’amore come abitudine benefica. Il metodo che usiamo per sviluppare quest’abitudine benefica è la meditazione.

Ascoltare gli insegnamenti

I principali testi filosofici indiani antecedenti il periodo di Buddha erano le Upanishad, e questi testi già contenevano dei riferimenti alla meditazione. Nelle Upanishad, la meditazione viene discussa nel contesto di un processo in tre fasi: ascoltare, riflettere e meditare. Buddha non ha inventato questo processo in tre fasi; era già d’uso corrente nella sua epoca. Quindi se vogliamo sviluppare qualcosa come una buona abitudine, ovviamente prima di tutto dobbiamo sentirne parlare, poi la dobbiamo comprendere pensandoci su e, alla fine, dobbiamo integrarla in noi stessi.

Se non sappiamo nulla del Dharma, dobbiamo prima acquisire delle informazioni di base sul Buddhismo e abbiamo bisogno di essere certi che queste informazioni siano corrette. Soltanto una corretta informazione di base può servire come fondamento affidabile per avere interesse in degli insegnamenti di Dharma autentici. All’epoca di Buddha, tuttavia, gli insegnamenti filosofici non erano mai in forma scritta. La loro compilazione in testi scritti è iniziata secoli più tardi. Questo è il motivo per cui il processo in tre fasi inizia con la necessità di “sentire” gli insegnamenti – in altre parole, ascoltare gli insegnamenti trasmessi ad alta voce.

Oggi potremmo anche includere nella prima fase il leggere dei libri o su internet riguardo a certi tipi di pratiche o stati mentali che vorremmo sviluppare. Questo punto è tuttavia discutibile, perché quando sentiamo un insegnamento direttamente da un insegnante, c’è un’atmosfera speciale creata dall’insegnante che è effettivamente presente davanti a noi. Quando ascoltiamo un insegnamento dal vero, possiamo venire ispirati dal maestro in un modo diverso che se stessimo leggendo un libro. Questo è vero anche se, ovviamente, qualcuno ha dovuto scrivere il libro. Scopriamo che questo è vero anche nella nostra vita di tutti i giorni. Per esempio, se andate ad un concerto dal vivo, l’esperienza è molto più intensa ed ispirante che se steste semplicemente ascoltando un CD a casa. È un’esperienza del tutto diversa.

Quando ascoltiamo degli insegnamenti, una delle istruzioni più utili è quella di eliminare i “tre difetti come in un vaso d’argilla.”

  • Come prima cosa, dobbiamo evitare l’errore di essere un vaso capovolto, in cui non può entrare nulla. In altre parole, se le nostre menti sono chiuse, ovviamente non saremo in grado di imparare nulla da ciò che ascoltiamo.
  • Poi, dobbiamo anche evitare l’errore di essere come un vaso con il fondo bucato. In questo caso, qualsiasi cosa venga versata, subito fuoriesce dal buco. In inglese, l’espressione equivalente è “far passare le cose da un orecchio all’altro.” Dobbiamo evitare questa cosa.
  • Infine, dobbiamo anche evitare l’errore di essere come un vaso sporco. Se versiamo acqua pulita in un vaso sporco, anche l’acqua si sporcherà. In altre parole, se abbiamo molti preconcetti, questi preconcetti contamineranno la nostra comprensione del nuovo materiale. Invece che semplicemente ascoltare quello che l’altra persona sta dicendo, stiamo sempre mescolando il nuovo materiale con proiezioni delle nostre idee.

Per cercare di evitare questi tre errori, una volta che abbiamo ascoltato degli insegnamenti, è molto utile trascriverli o registrarli in qualche maniera, in modo da poter ricordare correttamente i punti che sono stati menzionati. Questo è molto utile se non abbiamo una memoria perfetta – come è il caso per la maggior parte di noi. Più aspettiamo per trascrivere quello che abbiamo sentito, più i nostri preconcetti contamineranno i nostri ricordi. E anche se lo abbiamo trascritto o registrato, abbiamo bisogno di riascoltarlo diverse volte. Semplicemente avere gli insegnamenti in un blocco per gli appunti sullo scaffale o come file nel nostro computer o nel nostro iPod certamente non è sufficiente!

Il maestro Sakya Sonam-Tsemo ha affermato che per entrare nella pratica del Dharma:

  • dobbiamo prima di tutto riconoscere che abbiamo dei problemi e che stiamo soffrendo;
  • poi dobbiamo avere il desiderio di liberarci dalla nostra situazione di sofferenza;
  • infine, dobbiamo avere interesse nel Dharma come un modo per liberarci da questa sofferenza.

Quando siamo dei principianti, certamente dobbiamo avere la mente aperta e cercare di ricordare quello che apprendiamo; ma, ancora più importante, dobbiamo ascoltare gli insegnamenti di Dharma con interesse e con l’intenzione di valutare quello che ascoltiamo. Vogliamo valutarlo in modo da determinare se l’insegnamento che ascoltiamo è qualcosa che, se venisse messo in pratica, ci potrebbe personalmente aiutare a superare i nostri problemi. Non stiamo ascoltando gli insegnamenti buddhisti per superare un esame a scuola o per colpire qualcuno con la nostra conoscenza erudita. Stiamo ascoltando gli insegnamenti per vedere se possiamo trovarci qualcosa che sarà rilevante ed utile a livello personale nelle nostre vite.

Quando ascoltiamo gli insegnamenti, dunque, ci sono diversi modi di considerare noi stessi e la situazione. Nel metodo conosciuto come i “tre discernimenti,” consideriamo noi stessi come una persona malata, l’insegnante come un medico e gli insegnamenti come la medicina che ci aiuterà a superare varie malattie e problemi – dove la malattia è costituita dalle nostre emozioni disturbanti.

Man mano che avanziamo nella nostra pratica, ci sono molte altre istruzioni riguardo alle abitudini che dobbiamo coltivare nei confronti del maestro, in termini di vedere il maestro come un Buddha, e così via; ma queste istruzioni non sono intese per principianti.

Riflettere su quanto abbiamo ascoltato

Il secondo passo è riflettere su quanto abbiamo ascoltato. Riflettiamo su un insegnamento al fine di comprenderlo. Giungiamo alla fine di questo processo di riflessione quando capiamo correttamente il significato dell’insegnamento. Non solo dobbiamo comprendere correttamente un insegnamento per poterlo mettere correttamente in pratica, ma dobbiamo anche essere convinti che l’insegnamento è valido e che è qualcosa che dobbiamo adottare all’interno di noi stessi perché ci aiuterà a superare certi problemi. Dobbiamo anche essere convinti che è veramente possibile per noi raggiungere qualsiasi cosa che l’insegnamento abbia discusso. Se pensiamo che sia impossibile – che non saremo mai capaci di superare la nostra rabbia, per esempio – allora a che serve seguire una pratica che è volta al superamento della rabbia? Dobbiamo essere convinti che questa pratica ci servirà a raggiungere l’obiettivo prefisso.

Quando riflettiamo su di un insegnamento, possiamo farlo da diversi punti di vista. Per esempio, se stiamo parlando della meditazione per sviluppare amore equanime verso chiunque, dobbiamo conoscere i vari passi che dobbiamo intraprendere per poter sviluppare questo tipo di amore. Per esempio, da cosa dipende l’amore equanime per chiunque? Dipende dal vedere chiunque come uguale, dal vedere che ciascuno è stato gentile con noi, e così via. Quindi, affinché si possa sviluppare l’amore universale all’interno della nostra mente, dobbiamo conoscere i fattori da cui dipende l’amore, e quali discernimenti e stati mentali dobbiamo sviluppare in fase preliminare in modo che l’amore possa crescere dentro di noi.

In aggiunta, dobbiamo sapere quali sono i fattori opponenti all’amore ai quali l’amore può portare rimedio. Specificamente, dobbiamo essere convinti che i fattori opponenti sono la rabbia e l’odio e dobbiamo essere convinte che l’amore può veramente sopraffare questi fattori e liberarci di loro. Quindi dobbiamo anche comprendere come può l’amore liberarsi di loro.

Inoltre, dobbiamo capire qual è lo scopo dello sviluppare l’amore e cosa faremo con questo amore, una volta che lo abbiamo sviluppato; questa cosa implica il conoscere i benefici dello sviluppare l’amore. Per esempio, se guardiamo a molti dei testi che ci danno istruzioni su come sviluppare una finalità di bodhicitta – la finalità del raggiungere la nostra illuminazione individuale futura per poter beneficiare tutti gli esseri limitati – in genere, essi iniziano descrivendo i benefici dell’avere una finalità di bodhicitta. Il motivo per cui i testi iniziano in questo modo è far sì che ci convinciamo che avere questo tipo di finalità nella nostra vita sia qualcosa che intendiamo veramente sviluppare.

Infine, dobbiamo essere convinti della logica degli insegnamenti. Devono essere logici, devono essere ragionevoli e devono avere un senso in termini dei livelli e degli effettivi dettagli degli insegnamenti.

[Vedi: I quattro assiomi per esaminare un insegnamento di Dharma.]

Dunque ci sono molte cose su cui dobbiamo riflettere. Semplicemente lanciarsi in una pratica di meditazione senza aver prima capito che cosa dobbiamo sviluppare e come questo ci libererà da questo o quello stato mentale problematico e quali siano i fattori opponenti a cui dobbiamo fare attenzione e così via... Questo sarebbe poco saggio. L’analogia in questo caso è questa: “Ascoltare è come mettere il cibo in bocca, e rifletterci su è come masticarlo.” Se cerchiamo di inghiottire qualcosa senza masticarlo, ci andrà di traverso. Allo stesso modo, se cerchiamo di meditare senza pensare agli insegnamenti, allora incontreremo delle difficoltà.

Come funziona esattamente questo processo di riflessione? La fase della riflessione può essere una specie di pensiero in stile libero riguardo i vari punti che ho menzionato, oppure, una volta che abbiamo fatto questo, può essere un processo più formale.

Il processo formale di riflessione

Il processo formale di riflessione implica seguire una linea di ragionamento. Quando vogliamo sviluppare un certo stato mentale, dobbiamo raggiungerlo gradualmente. Dobbiamo raggiungere questo stato mentale attraversando varie fasi o livelli, e spesso questi livelli implicano il lavorare con delle linee di ragionamento. Per esempio, un insegnamento potrebbe includere una linea di ragionamento che conduce ad una comprensione dell’impermanenza (cioè il fatto che cose influenzate da cause e condizioni cambiano ad ogni istante e giungono ad un termine); oppure potrebbe includere una linea di ragionamento che conduce ad un certo livello di comprensione della vacuità (cioè che ogni cosa è priva dell’esistere in modi impossibili). Tramite un processo di riflessione e un lavoro di analisi logica delle linee di ragionamento, giungiamo alla convinzione che non soltanto l’impermanenza e la vacuità sono valide, ma anche che queste linee di ragionamento dimostrano che l’impermanenza e la vacuità sono vere. Non soltanto, giungiamo anche alla convinzione che seguendo la logica delle linee di ragionamento, possiamo generare una comprensione corretta e decisiva dell’impermanenza e della vacuità. Ricordate: giungere ad una convinzione fa parte del processo di riflessione.

In alternativa, potremmo approssimarci ad un certo stato mentale non necessariamente attraverso una linea di ragionamento, ma per gradi successivi. Per esempio, se vogliamo sviluppare una finalità di bodhicitta, potremmo procedere per gradi quali lo sviluppare equanimità, il vedere come tutti gli esseri senzienti siano stati nostre madri in qualche vita precedente, il ricordarci la gentilezza dell’amore materno, lo sviluppare un senso di gratitudine per esso e così via. Procediamo per gradi in modo da raggiungere la convinzione che con questi passi possiamo raggiungere l’obiettivo, ovvero sviluppare una finalità di bodhicitta. Anche questo fa parte del processo di riflessione.

Inoltre, dobbiamo capire molto bene, in questo processo di riflessione, qual è esattamente lo stato mentale che stiamo cercando di coltivare. Alcune meditazioni servono a farci concentrare su un certo oggetto, per esempio, l’immagine visualizzata di Buddha. Per meditare su di un Buddha visualizzato, dobbiamo comprendere che questa meditazione è di tipo concentrativo e che il suo scopo è di focalizzarsi su un oggetto specifico, ovvero un piccolo Buddha, reale e tridimensionale, fatto di luce e che visualizziamo di fronte a noi all’altezza dei nostri occhi.

D’altro canto, ci sono diverse meditazioni che servono a sviluppare uno specifico stato mentale, per esempio, l’amore. L’amore non è un oggetto su cui noi ci concentriamo; piuttosto, è uno stato mentale, un tipo di atteggiamento mentale che sviluppiamo. Dunque dobbiamo sapere con quale tipo di meditazione abbiamo a che fare: stiamo cercando di focalizzarci su di un oggetto specifico oppure stiamo cercando di sviluppare un certo stato mentale? Cosa stiamo cercando di ottenere?

In entrambi i casi, Tsongkhapa enfatizza fortemente il fatto che dobbiamo sapere due cose:

  • Primo, dobbiamo avere chiarezza rispetto a quale oggetto deve apparire nella nostra mente. Se stiamo parlando di una meditazione su di un Buddha visualizzato oppure di una meditazione sull’amore, qual è l’oggetto che appare nella nostra meditazione?
  • In secondo luogo, dobbiamo sapere in che modo la mente si impossessa di questo oggetto, in che modo lo conosce.

Se questi due punti non ci sono completamente chiari, in quale modo pensiamo di poter generare lo stato mentale che vogliamo sviluppare?

Prendiamo per esempio la compassione: che scopo ha la compassione? Qual è l’oggetto apparente? L’oggetto che appare nella nostra mente mentre meditiamo sulla compassione sono gli esseri senzienti, diversi tipi di esseri limitati che soffrono. La nostra mente si focalizza su di loro e distingue in loro un certo aspetto, cioè la loro sofferenza e le cause della loro sofferenza. In che modo la mente si appropria di questi oggetti? La mente si appropria di questi oggetti con il forte desiderio che questi esseri siano separati dalla loro sofferenza e dalle sue cause e con l’intenzione di provare a realizzare noi stessi questo effetto. In questo modo, pensando alle istruzioni che abbiamo ascoltato o letto, siamo in grado di specificare e comprendere con grande chiarezza lo stato mentale che vogliamo generare.

Se vogliamo meditare sulla bodhicitta, dobbiamo riflettere ed avere ben chiaro che cosa fa la nostra mente in questo tipo di meditazione. Molte persone confondono la bodhicitta con la compassione; invece, bodhicitta e compassione non sono la stessa cosa. Bodhicitta è uno stato mentale che ha la compassione come suo fondamento, ma va molto oltre il solo desiderare che gli altri siano liberati da tutta la loro sofferenza e dalle loro cause. Va oltre il solo desiderare di portare tutti gli esseri limitati all’illuminazione e l’assumersi la responsabilità di fare ciò. Ma questi buoni desideri e sentimenti sono le emozioni positive da cui la bodhicitta dipende per poter crescere. Prima di tutto dobbiamo avere il fondamento dell’amore e della compassione.

Su cosa ci focalizziamo quando stiamo lì seduti sul nostro cuscino e meditiamo sulla bodhicitta? Ci focalizziamo sulla nostra illuminazione individuale che ancora non sta avvenendo, ma che può avvenire sulla base dei fattori della nostra natura di Buddha e sulla base di tutto il duro lavoro che dobbiamo fare per raggiungere questa illuminazione. I fattori della nostra natura di Buddha sono qualità e caratteristiche fondamentali che tutti possediamo e che ci consentiranno di diventare un Buddha, come ad esempio la naturale purezza della nostra mente. Non ci stiamo focalizzando sull’illuminazione di Buddha Shakyamuni. Non ci stiamo focalizzando su un’astratta illuminazione in generale, ma invece ci stiamo focalizzando sulla nostra illuminazione individuale, la nostra illuminazione non-ancora-realizzata.

Come facciamo a focalizzarci sulla nostra illuminazione non-ancora-realizzata? Non è una cosa molto facile. Prima di tutto, dobbiamo capire che cosa significa, che tipo di fenomeno è – un fenomeno o una cosa non-ancora-realizzati. Per esempio, dobbiamo chiederci: il germoglio non- ancora-realizzato esiste già nel seme, solo in attesa di saltar fuori? Oppure il germoglio non-ancora-realizzato è del tutto inesistente al momento del seme?

Ovviamente, la comprensione della vacuità è necessaria a questo punto per avere davvero una chiara comprensione di quello su cui ci stiamo focalizzando quando ci focalizziamo sulla nostra illuminazione non-ancora-realizzata. La nostra illuminazione non-ancora-realizzata non è seduta lì fuori da qualche parte, come il traguardo di una gara che stiamo cercando di raggiungere. Né sta seduta da qualche parte nella nostra mente o nella nostra natura di Buddha, aspettando di poter saltare fuori. Non è un oggetto che si può trovare in questo modo. D’altro canto, non ci stiamo focalizzando su qualcosa che non esiste affatto; non ci stiamo focalizzando sul nulla. Piuttosto, dobbiamo comprendere che la nostra illuminazione non-ancora-realizzata è qualcosa che può essere validamente imputata sul nostro continuum mentale sulla base dei fattori della nostra natura di Buddha. Quindi dobbiamo anche capire cosa significa che qualcosa è validamente imputabile su una base appropriata.

Per poterci focalizzare su questa illuminazione non-ancora-realizzata, comunque, dobbiamo focalizzarci su di essa tramite una qualche rappresentazione mentale dell’illuminazione che sia presente nella nostra mente. Per esempio, potremmo immaginare il suono della parola “illuminazione,” oppure potremmo visualizzare un Buddha davanti a noi. Nel tantra, potremmo visualizzare noi stessi in forma di una figura di Buddha. Per ognuno di questi esempi, dobbiamo considerare il suono immaginario o la figura mentale che appare nella nostra mente come una rappresentazione della nostra illuminazione non-ancora-realizzata.

Come prossimo passo, come si focalizza la nostra mente su questo oggetto mentale che le appare? Ci focalizziamo sulla nostra illuminazione non-ancora-realizzata, rappresentata dall’oggetto mentale che appare nella nostra mente, con due intenzioni. La prima intenzione è “Raggiungerò l’illuminazione.” Ora, avere questa intenzione di raggiungere l’illuminazione dipende da molte altre cose su cui dobbiamo aver riflettuto e che dobbiamo aver compreso. Dobbiamo sapere realisticamente cosa dobbiamo fare per poter raggiungere l’illuminazione. Il nostro atteggiamento non può essere un disinvolto “Beh, penso che la potrei raggiungere.” Dobbiamo sapere come la raggiungeremo ed essere convinti che ce la possiamo fare. Dobbiamo avere una valida intenzione di raggiungere lo stato di illuminazione, altrimenti rimarrà soltanto un bel sogno. E ovviamente dobbiamo capire correttamente cosa è l’illuminazione, cosa che non è molto facile da comprendere. Comprendiamo tutte queste cose attraverso la seconda fase nel processo: riflettere.

La seconda intenzione che abbiamo mentre ci focalizziamo sulla nostra rappresentazione mentale è che con questa illuminazione potremo essere il più possibile di beneficio agli altri. Dopotutto, l’illuminazione non significa diventare un dio onnipotente. E riuscire ad essere di beneficio per tutti è ovviamente basato sul fatto che, come preliminare, abbiamo gettato le fondamenta su cui la bodhicitta si basa, cioè l’amore e la compassione. Ci stiamo prendendo la responsabilità di portare gli altri all’illuminazione perché vogliamo che siano liberi da tutta la loro sofferenza, e che siano completamente dotati di felicità.

La fase della riflessione in realtà è una fase molto lunga e richiede molto lavoro. Ma alla fine di questa fase, sappiamo e comprendiamo esattamente e con piena certezza qual è lo stato mentale che stiamo cercando di raggiungere e come fare per arrivarci. Siamo dunque completamente e validamente convinti che siamo in grado di generare questo stato mentale e che il generarlo sarà di estremo beneficio.

Nonostante questo processo di riflessione possa apparire come meditazione, non è meditazione nel senso tradizionale del termine. Gli occidentali che non fanno un uso molto preciso della terminologia potrebbero chiamare questo processo di riflessione “meditazione,” ma non è corretto. Dobbiamo avere ben chiara la differenza tra riflessione e meditazione.

Questo processo di riflessione è un’attività che vale molto la pena fare, e riflettere sugli insegnamenti è qualcosa che possiamo fare in qualsiasi momento. In effetti, è una cosa molto utile da fare mentre siamo impegnati in altre attività della nostra vita quotidiana. Per esempio, quando siamo bloccati in mezzo al traffico, potremmo pensare come un certo particolare stato mentale, per esempio l’amore, si possa applicare in questa situazione. In che modo sarebbe rilevante? Quali sarebbero i suoi benefici? E così via. Questi sono punti su cui possiamo riflettere nel corso della nostra giornata.

Meditazione

Adesso passiamo alla terza e ultima fase del nostro processo: la meditazione vera e propria. La meditazione è simile alla digestione del cibo una volta che l’abbiamo masticato. Lo scopo della meditazione è di rendere un certo tipo di stato mentale positivo un’abitudine, diventare effettivamente quello stato mentale una volta che ci abbiamo riflettuto su e compreso questo stato e che ci siamo convinti che possiamo generarlo.

La meditazione è essenzialmente un processo duplice. Un passaggio è quello che io in genere traduco come “meditazione di discernimento.” Viene generalmente tradotto con “meditazione analitica,” ma chiamarla “analitica” tende a creare confusione con il passaggio della riflessione. Io penso che la parola “discernimento” sia una traduzione più accurata del termine. In questo contesto, “discernere” significa sottoporre qualcosa ad accurato scrutinio e comprenderla in un certo modo. Il secondo aspetto della meditazione è la meditazione fissativa, in cui effettivamente ci fissiamo su un certo stato mentale e ci focalizziamo su di esso. Possiamo chiamare questo secondo stadio “meditazione stabilizzante.”

Come raggiungiamo il primo stadio, la meditazione di discernimento? Durante il processo di riflessione abbiamo seguito una linea di ragionamento oppure abbiamo percorso gli stadi e i passi per raggiungere un certo stato mentale. L’abbiamo fatto allo scopo di ottenere una comprensione di ciò che sia lo stato mentale che vogliamo sviluppare e anche una comprensione di come fare per svilupparlo. Ora, con la meditazione di discernimento, seguiamo ancora una volta questa linea di ragionamento o i passaggi necessari a generare un certo stato mentale. Ma ora percorreremo questo processo per potere a tutti gli effetti generare questo stato mentale e mantenerlo fresco dentro di noi. Per esempio, per generare compassione per tutti, seguiamo questa linea di ragionamento: “Chiunque è stato mia madre, chiunque è stato gentile con me…” E così via, in modo che effettivamente raggiungiamo gradualmente questo stato mentale desiderato ed effettivamente lo proviamo.

Una volta che abbiamo raggiunto, tramite questo processo graduale, lo stato mentale a cui vogliamo abituarci, allora in questo modo comprendiamo o discerniamo attivamente l’oggetto di focalizzazione. Se stiamo meditando sulla compassione, per esempio, ci focalizziamo su tutti gli esseri limitati e, in particolare, su quel dettaglio che riusciamo a distinguere di loro: i loro problemi e la loro sofferenza. Discerniamo che stanno soffrendo e abbiamo sia il desiderio che possano essere liberi da questa sofferenza che l’intenzione di aiutarli a liberarsene. In effetti vediamo gli esseri senzienti nella nostra mente, mentalmente li guardiamo in questo modo; o forse potremmo essere anche nella vita reale in cui effettivamente incontriamo le persone. La compassione si focalizza sugli altri e sulla loro sofferenza, con il desiderio che essi possano esserne liberi.

Restiamo in questo stato di discernimento per un po’, in un processo attivo. Successivamente, la meditazione stabilizzante è fondamentalmente solo il lasciare che quello che abbiamo percepito tramite il discernimento affondi dentro di noi, con la piena concentrazione su questo argomento o stato mentale. Ovviamente, dobbiamo avere concentrazione anche mentre stiamo facendo la meditazione di discernimento; ma nella fase stabilizzante stiamo lasciando che questa sensazione sprofondi interamente nel nostro cuore: stiamo provando profonda compassione.

Alterniamo queste due fasi, discernimento e stabilizzazione, diverse volte, finché non siamo in grado di combinarle. Combinare le fasi di discernimento e di stabilizzazione della meditazione è molto difficile. La discussione dei passaggi attraverso i quali possiamo ottenere questa combinazione è molto complessa. Se volete conoscerne alcuni dettagli, potete leggere di più a questo proposito sul mio sito web.

Inoltre, man mano che diventiamo più esperti, non dobbiamo fare quella che viene chiamata “meditazione gravosa.” La meditazione gravosa è una meditazione in cui il processo meditativo di discernimento implica il passare in rassegna gli stadi per lo sviluppo di un certo stato mentale. Ad un livello avanzato, siamo in grado di praticare la meditazione di discernimento senza fatica. Siamo in grado di generare lo stato mentale desiderato istantaneamente senza doverlo raggiungere gradualmente per fasi o seguendo una linea di ragionamento. Ma continuiamo ad usare questo stato mentale, comunque, per discernere il nostro oggetto di focalizzazione, nello stesso modo in cui facevamo quando la nostra meditazione di discernimento era ancora gravosa.

Tipi di meditazione

Spesso sentiamo parlare di due tipi di meditazione. Le parole sanscrite sono, rispettivamente “shamatha” e “vipashyana” oppure, in tibetano, “shiné” e “lhagtong.” Queste due parole in realtà si riferiscono a due stati mentali che cerchiamo di raggiungere attraverso il processo di meditazione. Shamatha è uno stato mentale calmo e posato. È calmo nel senso che, in esso, abbiamo pacificato tutti i livelli di torpore mentale e eccitazione della mente così come l’agitazione mentale (cioè una mente che svolazza verso altri oggetti attraenti). Shamatha è anche uno stato mentale posato nel senso che è focalizzato fermamente su un oggetto. L’enfasi, quindi, è sulla meditazione stabilizzante.

Possiamo sviluppare questo stato mentale calmo e posato focalizzandoci su varie cose, tra cui il respiro, un Buddha visualizzato e così via. C’è una lunga lista di possibilità.

Anche con la meditazione shamatha, abbiamo bisogno di ascoltare le istruzioni e poi pensare agli stadi della meditazione. Per esempio, se stiamo visualizzando un Buddha, ascolteremmo le istruzioni su come sviluppare la visualizzazione passo dopo passo. In questo modo penseremmo a cosa fare come prima cosa, come cosa successiva e così via.

Vipashyana” indica uno stato mentale eccezionalmente perspicace. È uno stato mentale che è in grado di percepire cose in maniera del tutto eccezionale. La meditazione vipashyana, dunque, enfatizza la meditazione di discernimento. Quando parliamo di raggiungere uno stato di vipashyana, potrebbe essere raggiunto come uno stato mentale eccezionalmente perspicace che discerne l’impermanenza o la vacuità, ma non è esclusivamente uno di questi due. Nell’anuttarayoga tantra, la classe superiore del tantra, uno dei metodi per sviluppare vipashyana, questo stato mentale eccezionalmente perspicace, è il visualizzare un minuscolo puntino o una goccia sulla punta del naso. Quindi, mentre si mantiene la visualizzazione di quel puntino, si visualizzano due puntini in una fila successiva, poi quattro, poi otto, sedici, trentadue e così via. Li si deve mantenere perfettamente in ordine e poi gradualmente dissolvere la visualizzazione. Praticando questo tipo di visualizzazione, si può sviluppare uno stato mentale estremamente acuto ed eccezionalmente perspicace. Se poi si vuole sviluppare questo stato mentale fino ad un livello veramente molto alto, ci sono altre pratiche in cui si visualizza, in ogni goccia, l’intero mandala del sistema di divinità che si sta praticando, con tutte le altre divinità e tutti i loro dettagli. Se riuscite a realizzare questo, avete veramente uno stato mentale eccezionalmente perspicace!

Questi due tipi di meditazione, shamatha e vipashyana, esistono in tutte le tradizioni buddhiste, così come in molti sistemi indiani non-buddhisti. Nelle tradizioni buddhiste Theravada sono conosciute con i loro nomi in Pali “samatha” e “vipassana.” Le troviamo entrambe anche nello Zen. Per esempio, nel Buddhismo Son, la forma coreana dello Zen, c’è un koan: “Cos’è?” Quando ci concentriamo su “Cos’è?” il punto non è se ci sia una risposta, del tipo: “Questo è un tavolo, questo è un bicchiere” e così via. Piuttosto, sviluppiamo uno stato mentale di “dubbio profondo” – mettendo sempre in discussione la realtà del “Cos’è?” Allora il nostro stato mentale diviene eccezionalmente perspicace.

C’è una storia buffa che mostra come la maggior parte dei tibetani non ha studiato la tradizione Zen; non la conoscono. Ci fu un incontro famoso tra un maestro Zen e Kalu Rinpoche. Il maestro Zen porse un’arancia a Kalu Rinpoche chiedendogli: “Cos’è?” Kalu Rinpoche diede un’occhiata interrogativa al traduttore e chiese: “Cosa succede, non hanno arance nel suo paese?”

Dunque ci sono shamatha e vipashyana. Shamatha non è soltanto concentrazione perfetta, che viene sviluppata in nove stadi usando diversi tipi di attenzione e così via. Ma shamatha è anche, oltre alla concentrazione perfetta, quello che è conosciuto come uno “stato mentale inebriante” “Un senso di forma” è, in realtà, il termine tecnico. Oltre alla perfetta concentrazione, c’è un senso di forma, che è uno stato mentale e fisico inebriante. “Senso di forma” è simile allo stato di un atleta perfettamente allenato.

Tsenciab Serkong Rinpoche, il mio maestro, spiegava che avere lo stato mentale di shamatha è come avere un jumbo: se lo mettete a terra, resta lì e se lo fate volare in aria, partirà. C’è un senso di potervi concentrare su qualsiasi cosa per qualsiasi periodo di tempo. Il corpo non si stancherà, la mente non si stancherà, vi sentirete completamente in forma, ed è inebriante. Shamatha è uno stato mentale molto inebriante, edificante e gioioso. Ma non è gioioso come andare per la strada ballando e cantando in maniera esuberante come in un film – non è così. Con shamatha, la mente è completamente levigata, come un atleta estremamente ben allenato.

È importante chiarire che uno stato mentale di vipashyana è uno stato mentale che è in aggiunta ad uno stato di shamatha. In aggiunta alla perfetta concentrazione e allo stato di forma di shamatha, vipashyana ci aggiunge un secondo senso di forma. Questo è un senso che la mente sia in grado di comprendere e discernere qualsiasi cosa.

C’è anche un altro tipo di meditazione che viene normalmente chiamato “meditazione a colpo d’occhio.” Quando stiamo lavorando su una particolare pratica meditativa, ogni tanto dobbiamo ripassare in rassegna l’intero sentiero buddhista. Lo scopo è di ricordarci dove il nostro particolare argomento di meditazione si inserisce nel quadro generale, in modo tale da non enfatizzare eccessivamente un argomento e saltare o trascurarne un altro. Quindi la meditazione a colpo d’occhio significa passare in rassegna l’intero sentiero; è un tipo di ripasso.

Molti anni fa, sono andato a Mosca con il Dott. Tenzin Choedrak, che era il medico personale di Sua Santità il Dalai Lama. Stavamo lavorando ad un progetto per applicare la medicina tibetana per aiutare le vittime delle radiazioni di Chernobyl. Stavamo in alberghi molto belli e venivamo scortati in maniera formale da ufficiali del Ministero della Salute. Spesso venivamo accompagnati ai famosi banchetti russi a sette portate. Ora, il Dott. Tenzin Choedrak aveva passato venti anni in un campo di concentramento cinese prima di riuscire a lasciare il Tibet e andare in India. E così quando veniva servita la prima portata, e non importa quanto lo mettessimo in guardia in anticipo, lui mangiava quanto più possibile della prima portata. Era come se questo fosse l’unico cibo che avrebbe ricevuto per tutto il resto della settimana. Dopo era così pieno che non poteva mangiare nulla delle altre sei portate che seguivano. Questa è un’analogia della situazione che vogliamo evitare nella meditazione a colpo d’occhio. Vogliamo passare in rassegna e tenere a mente l’intero menù con tutte le sette portate, in modo da non mangiare troppo, ovvero fare troppa meditazione su un argomento. Questo sarebbe come ingozzarsi con la prima portata e poi saltare tutto il resto del pasto.

Ora, stavo descrivendo il tipo di meditazione in cui sviluppiamo gradualmente un certo stato mentale, ma questo non è il solo tipo di meditazione che viene fatto nel Buddhismo. In certe pratiche meditative, per esempio, in alcune meditazioni Kagyu sulla natura della mente o in certe pratiche Zen, c’è un approccio differente. Invece di elevarci verso uno stato mentale, ci rilassiamo in uno stato mentale, per scoprire che ci sono certe qualità innate nella nostra mente, come l’amore o la chiarezza mentale, e per riuscire ad accedervi. Ma anche quando stiamo facendo questo tipo di meditazione, dobbiamo aver prima ascoltato le istruzioni e poi averci riflettuto su finché non le abbiamo comprese. Dobbiamo anche sapere su cosa è basato lo stato mentale in cui vogliamo rilassarci, cosa raggiungeremo, cosa facciamo per prima cosa, e poi come successiva e così via. La struttura del tipo di meditazione “rilassante” è la stessa del tipo di meditazione “elevante.”

L’ambiente più favorevole alla meditazione

Ci sono molte istruzioni su come impostare una sessione di meditazione, come sistemare uno spazio di meditazione, spazzare il pavimento e pulire la stanza, e istruzioni su come fare prostrazioni, offerte e così via – e sono tutte molto importanti per avere un ambiente favorevole alla meditazione. E anche se è importante avere circostanze favorevoli ed un ambiente adeguato per meditare, specialmente un sedile adeguato ed un ambiente tranquillo e pulito, nonostante ciò non è necessario avere una scenografia elaborata intorno a noi. Non abbiamo bisogno di spendere molti soldi per procurarci tutti gli utensili dorati e l’incenso e la musica New Age di sottofondo e tutte queste cose qui. Milarepa certamente non aveva nulla di tutto ciò ed ha avuto decisamente successo nella sua pratica meditativa! Cerchiamo di rendere il nostro spazio di meditazione il più possibile piacevole, ma senza esagerare e avere tutte queste cose elaborate solo per fare scena.

Inoltre, dobbiamo essere in grado di meditare ovunque. Se partiamo per un lungo viaggio in treno, non diciamo: “non posso meditare in treno perché non ho le mie ciotole d’acqua e non posso accendere l’incenso, non posso fare le prostrazioni,” eccetera. In realtà possiamo meditare dovunque, una volta che abbiamo fatto un po’ di pratica – in treno, mentre stiamo in fila, ovunque. Anche nella nostra vita di tutti i giorni, tra una sessione di meditazione formale e l’altra, possiamo cercare di ricordarci di trattare gli altri con amore e compassione – anche questa è meditazione, no?

Ricordate, tutto il punto della meditazione è di integrare gli insegnamenti – di renderli parte di noi in modo che li possiamo applicare alla vita di tutti i giorni. Ma quando la meditazione diventa una cosa completamente separata dalla nostra vita quotidiana, allora diventa soltanto un passatempo. Specialmente quando la nostra meditazione include esotiche visualizzazioni tantriche, può facilmente diventare come un viaggio a Disneyland, in un paese di fantasia che non ha niente a che vedere con la nostra vita di tutti i giorni. Se imbocchiamo questa strada, diventeremo mentalmente instabili e la meditazione avrà pochissimo effetto sulla nostra vita di tutti i giorni. Ricordate, tutto il senso della meditazione è di applicarla nella nostra vita.

E non importa dove siamo, quando meditiamo, come prima cosa dobbiamo impostare la nostra motivazione, affermare la motivazione e avere l’intenzione di meditare con concentrazione. Se la nostra mente divaga, la riporteremo indietro. Se ci viene sonno, ci risveglieremo. E alla fine, c’è la dedica della forza positiva. Se non dedichiamo l’energia positiva che abbiamo creato meditando, allora i nostri sforzi nella meditazione non faranno altro che migliorare la nostra situazione samsarica. Vogliamo dedicare l’energia positiva per l’illuminazione, per il beneficio di tutti quanti.

Meditazione individuale e meditazione di gruppo

Certe persone praticano la meditazione individualmente. In effetti, la maggior parte dei tibetani pratica la meditazione individuale, non fanno una vera meditazione di gruppo, anche se nei monasteri i monaci e le monache recitano le preghiere e i testi rituali tutti insieme in gruppo. Comunque, in occidente, abbiamo sviluppato l’abitudine di meditare in gruppo. Per la maggior parte delle persone, il più grande beneficio della meditazione di gruppo è la disciplina. Quando siamo soli, non abbiamo la disciplina di sederci e meditare. Ci alziamo molto prima di quando avevamo in mente di terminare la sessione; mentre se ci sono altre persone intorno a noi, abbiamo più disciplina. Tendiamo ad agitarci molto meno, perché siamo in imbarazzo nel farlo di fronte agli altri.

Certe persone trovano che la meditazione di gruppo sia una cosa assolutamente orribile, perché sono distratti dalle altre persone. Specialmente se qualcuno sta tossendo o si agita, trovano che sia una cosa terribile per la loro meditazione e dunque preferiscono meditare da soli, per conto loro. Specialmente se il gruppo sta recitando qualcosa a voce alta e in unisono, se alcune persone stanno recitando molto più lentamente di come noi faremmo normalmente, subito ci annoiamo e diventiamo incredibilmente arrabbiati. E anche al contrario, se la recitazione va troppo veloce, anche lì ci arrabbiamo.

Dobbiamo giudicare per conto nostro cosa sia meglio per noi – meditazione di gruppo o individuale. Ho notato un fenomeno interessante, comunque, quando partecipo a piccoli gruppi di meditazione, il che significa meditare con una o due altre persone. La meditazione può avere molto successo quando ci sono un legame e una connessione veramente stretti, in maniera tale che vi sentite molto in armonia con gli altri. È come se le vostre energie si rinforzassero a vicenda. Il meditare con loro vi dà molta più energia e molta più chiarezza. Ma se le energie delle persone individuali che meditano in un piccolo gruppo si scontrano tra loro, allora l’effetto è tutto l’opposto: porta irritazione e rende la mente molto più offuscata. Dunque dovete controllare con chi state meditando, se intendete meditare con altri.

L’importanza della perseveranza

L’ultimo consiglio che voglio dare è il più importante, ed è che fa parte della natura del samsara che ci siano alti e bassi. Quindi naturalmente anche la nostra meditazione avrà alti e bassi. Non sarà mai un processo lineare in cui ogni giorno va meglio del precedente. In certi giorni la nostra meditazione andrà bene, e in certi altri no. In certi giorni avremo voglia di meditare, in certi altri non avremo alcuna voglia di farlo. Questo è del tutto normale e naturale – è la natura del samsara. Il punto è che non importa come vi sentiate, dovete semplicemente perseverare e andare avanti. Se vi viene il pensiero: “ non ho voglia di meditare” – e allora? Meditate lo stesso. Mantenete la continuità; fatelo ogni giorno, anche se solo per due o tre minuti. Questa continuità è davvero importante per darci stabilità sul sentiero.

Inoltre, non fate sessioni di meditazione troppo lunghe, soprattutto all’inizio. Da tre a cinque minuti bastano. Altrimenti, state pensando “non vedo l’ora che finisca” e in questo modo non volete tornare alla vostra meditazione. Se finite la meditazione quando volete ancora continuare, allora sarete contenti di farla di nuovo. È come quando siete con qualcuno e vi separate quando ancora volete passare del tempo insieme all’altro; allora sarete contenti di rivedere l’altra persona molto presto. Ma se esagerate fino al punto in cui siete veramente stanchi dell’altro e volete che se ne vada, allora non sarete molto felici di rivederlo di nuovo.

E infine, è importante estendere gradualmente la quantità di tempo in cui meditate. Siate flessibili – è molto importante essere flessibili. Come ho già detto: non saltate la meditazione neppure per un giorno. Acquisterete stabilità, affidabilità e fiducia se mediterete tutti i giorni. Ma siate flessibili: a volte riuscirete a fare tutta la meditazione che volete fare, e altre volte quando non avete tempo, fate una versione accorciata. Ma perlomeno fate qualcosa ogni giorno. Non siate fanatici, non sforzatevi troppo. Il mio koan Zen preferito è: “La morte può arrivare in qualsiasi momento. Rilassati!” Grazie.