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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Voti radice del bodhisattva

Estratto modificato in Marzo 2002 da:
Berzin, Alexander: L'iniziazione di Kalachakra.
Roma: Ubaldini Editore, 2002.
Traduzione in italiano a cura di Francesca Paoletti

Contesto

Un voto (sdom-pa) è una forma invisibile e sottile in un continuum mentale, che determina il comportamento. In particolare, è l’astensione da un ”azione biasimevole” (kha-na ma-tho-ba), sia che essa sia un'azione naturalmente distruttiva (rang-bzhin-gyi kha-na ma-tho-ba) oppure una che il Buddha ha proibito (bcas-pa'i kha-na ma-tho-ba) per individui specifici che stanno praticando per raggiungere certi obiettivi specifici. Un esempio del primo tipo è il prendere la vita di qualcun altro, un esempio del secondo tipo è mangiare dopo mezzodì, cosa che i monaci e le monache devono evitare affinché le loro menti siano più chiare per meditare la notte e il mattino successivo.

Delle due fasi dello sviluppo di bodhicitta, la bodhicitta di aspirazione (smon-pa'i sems-bskyed) e la bodhicitta dell’impegno (' jug-pa'i sems-bskyed), soltanto con la seconda prendiamo i voti del bodhisattva.

[Per la differenza tra le due fasi, vedi: Azioni per la pratica derivanti dalla promessa di bodhicitta dell’Aspirazione.]

Prendere i voti del bodhisattva (byang-sems sdom-pa) implica la promessa di astenersi da due gruppi di azioni negative che Buddha ha proibito per coloro che praticano come bodhisattva per raggiungere l’illuminazione e per essere il più possibile di beneficio agli altri:

1. diciotto azioni che, se commesse, costituiscono una caduta radice (byang-sems-kyi rtsa-ltung),

2. quarantasei tipi di condotta errata (nyes-byas).

Una caduta radice significa la perdita dell’intero insieme dei voti del bodhisattva. È una “caduta” nel senso che porta ad un declino nello sviluppo spirituale ed ostacola la crescita delle qualità positive. La parola radice significa che è una radice che va eliminata. Per facilità di espressione, questi due gruppi sono abitualmente chiamati voti radice e voti secondari del bodhisattva. Essi offrono delle eccellenti linee guida per i tipi di comportamento da evitare se desideriamo beneficiare gli altri in una maniera più pura e più completa possibile.

Il maestro indiano Atisha, vissuto nel tardo decimo secolo, ricevette questa particolare versione dei voti del bodhisattva dal suo maestro Dharmakirti (Dharmapala) di Suvarnadvipa, vissuto a Sumatra, e successivamente li trasmise in Tibet. Questa versione deriva dal Sutra di Akashagarbha (Nam-mkha'i snying-po mdo, scr. Akashagarbhasutra), come citato nel Compendio delle Pratiche (bSlabs-btus, sct. Shikshasamuccaya), compilato in India da Shantideva nell’ottavo secolo. Tutte le tradizioni tibetane attualmente la osservano, mentre le tradizioni buddhiste di provenienza cinese osservano delle varianti dei voti del bodhisattva.

La promessa di mantenere i voti del bodhisattva non si applica solamente a questa vita, ma anche a tutte le vite successive fino all’illuminazione. Così, come forme sottili, questi voti proseguono in vite future all’interno del nostro continuum mentale. Se abbiamo preso i voti in una vita precedente, non li perdiamo se commettiamo inconsapevolmente un’infrazione completa ora, a meno che non li abbiamo presi nuovamente in questa vita. Riprendere i voti per la prima volta in questa vita rafforza l’impeto dei nostri sforzi verso l’illuminazione che aveva iniziato a crescere dal momento in cui li abbiamo presi per la prima volta. Pertanto, i maestri mahayana enfatizzano l'importanza di morire con i voti del bodhisattva intatti e forti. La loro presenza costante nel nostro continuum mentale continua ad accumulare forza positiva (merito) in vite future, anche prima che rivitalizziamo i voti prendendoli nuovamente.

Seguendo il fondatore Ghelug, il commentario del quindicesimo secolo di Tsongkhapa sui voti del bodhisattva, Una spiegazione della disciplina etica dei bodhisattva: il principale sentiero per l’illuminazione (Byang-chub sems-dpa'i tshul-khrims-kyi rnam-bshad byang-chub gzhung-lam), andiamo ad osservare le diciotto azioni negative che costituiscono una caduta radice. Ognuna di esse ha varie condizioni che dobbiamo conoscere.

Le diciotto cadute radice del bodhisattva

(1) Lodare se stessi e/o sminuire gli altri

Questa caduta si riferisce al pronunciare tali parole a qualcuno in una posizione di inferiorità. La motivazione deve contenere desiderio di ricevere profitto, elogio, amore, rispetto e così via dalla persona a cui ci si rivolge, oppure gelosia della persona che viene sminuita. Non fa differenza se quello che diciamo è vero o falso. Professionisti che pubblicizzano il fatto che sono buddhisti devono fare attenzione a non commettere questa caduta.

(2) Non condividere insegnamenti di Dharma o ricchezza

Qui la motivazione deve essere specificamente attaccamento e avarizia. Questa azione negativa include non soltanto l’essere possessivi dei nostri appunti o del nostro registratore vocale, ma anche essere avari del nostro tempo e rifiutare di aiutare altri se necessario.

(3) Non ascoltare le scuse altrui o colpire gli altri

La motivazione per entrambe queste azioni deve essere la collera. La prima azione si riferisce ad una circostanza in cui, mentre urliamo a una persona oppure la picchiamo, quest'ultima ci chiede perdono oppure qualcun altro ci chiede di fermarci e noi ci rifiutiamo. La seconda azione è semplicemente colpire qualcuno. A volte, può essere necessario dare uno schiaffo a bambini o cuccioli indisciplinati per impedire che corrano in strada, nel caso in cui non vogliano ascoltare, ma non è mai né appropriato né utile imporre misure disciplinari per rabbia.

(4) Scartare gli insegnamenti Mahayana e proporne altri inventati

Questo significa il rifiutare insegnamenti corretti su alcuni argomenti riguardanti i bodhisattva, come il loro comportamento etico, e invece inventarsi al loro posto delle istruzioni plausibili ma fuorvianti sullo stesso tema, avere pretesa di autenticità e poi insegnarle ad altri in modo da guadagnarsi il loro seguito. Un esempio di questa caduta sono insegnanti – ansiosi di non mettere in fuga potenziali discepoli – che tollerano una condotta morale liberale e spiegano che qualsiasi tipo di azione è accettabile fintanto che non danneggi gli altri. Non dobbiamo necessariamente essere insegnanti per commettere questa caduta. Possiamo commetterla anche in conversazioni casuali con altre persone.

(5) Prendere offerte destinate al Triplice Gioiello

Questa caduta è il rubare o l’appropriarsi indebitamente, sia in prima persona che incaricando qualcun altro, di qualsiasi cosa che sia offerta o che appartenga ai Buddha, al Dharma, o al Sangha, e il considerarla come propria. Il Sangha, in questo contesto, si riferisce a qualsiasi gruppo di quattro o più monaci o monache. Esempi di questa caduta includono l'appropriazione di fondi donati per costruire un monumento buddhista, per stampare libri di Dharma o per nutrire un gruppo di monaci o monache.

(6) Abbandonare il sacro Dharma

In questo caso la caduta è il ripudiare oppure, esprimendo le nostre opinioni, far sì che altri ripudino il fatto che gli insegnamenti scritturali dei veicoli degli shravaka (nyan-thos), dei pratyekabuddha (rang-rgyal) o dei bodhisattva siano le parole di Buddha. Gli shravaka sono coloro che ascoltano gli insegnamenti di un Buddha mentre sono ancora esistenti, mentre i pratyekabuddha sono praticanti che si evolvono per conto loro e che vivono principalmente nelle epoche buie quando il Dharma non è più direttamente accessibile. Per compiere un progresso spirituale, essi si affidano ad una comprensione intuitiva che hanno acquisito con lo studio e la pratica condotti in vite precedenti. Gli insegnamenti per entrambi questi gruppi costituiscono l’Hinayana o il “veicolo modesto” per ottenere la liberazione personale dal samsara. Il veicolo Mahayana enfatizza metodi per raggiungere la piena illuminazione. Negare che tutte o solo parte delle scritture di uno o entrambi i veicoli provengano dal Buddha è una caduta radice.

[Vedi: I termini Hinayana e Mahayana.]

Mantenere questo voto non significa abbandonare una prospettiva storica. Gli insegnamenti di Buddha sono stati trasmessi oralmente per secoli prima di venire affidati alla scrittura e quindi corruzioni e contraffazioni hanno indubbiamente avuto luogo. I grandi maestri che hanno compilato il canone buddhista tibetano certamente hanno rifiutato quei testi che consideravano non autentici. Tuttavia, invece di basare le loro decisioni sul pregiudizio, essi hanno usato il criterio stabilito dal maestro indiano del settimo secolo Dharmakirti per affermare la validità di qualsiasi materiale – il fatto che la sua pratica consentisse di raggiungere le finalità buddhiste delle rinascite migliori, della liberazione o dell’illuminazione. Differenze stilistiche tra le scritture buddhiste e anche all’interno di un testo specifico, spesso indicano differenze rispetto all’epoca in cui varie porzioni degli insegnamenti sono stati trascritti oppure tradotti in linguaggi diversi. Quindi, lo studio delle scritture con i metodi della moderna analisi testuale può essere spesso fruttuoso e non è in conflitto con questo voto.

(7) Togliere la tonaca a monaci o monache o commettere atti quali il rubare le loro tonache

Questa caduta si riferisce specificamente al fare qualcosa che danneggi uno, due o tre monaci o monache buddhisti, indipendentemente dal loro status morale o dal loro livello di studio o di pratica. Tali azioni devono essere motivate da cattiva volontà o malvagità e includono il picchiarli o l’offenderli verbalmente, il confiscare i loro beni o espellerli dai loro monasteri. L’espulsione di un monaco o di una monaca, comunque, non è una caduta nel caso in cui essi abbiano infranto uno dei loro quattro voti principali: non uccidere, specialmente un altro essere umano, non rubare, particolarmente qualcosa che sia di proprietà della comunità monastica, non mentire, specificamente in merito alle proprie realizzazioni spirituali e mantenere il celibato completo.

(8) Commettere uno qualunque dei cinque crimini efferati

I cinque crimini efferati (mtshams-med lnga) sono: (a) uccidere i nostri padri, (b) le nostre madri oppure (c) un arhat (un essere liberato) (d) estrarre sangue da un Buddha con cattiva intenzione e (e) causare una scissione nella comunità monastica. Quest’ultimo crimine efferato si riferisce al ripudiare gli insegnamenti di Buddha e l’istituzione monastica, al distogliere monaci e monache da entrambi e al reclutarli in una nuova religione o tradizione monastica fondata ex novo da noi stessi. Non si riferisce al lasciare un centro o un’organizzazione di Dharma – specialmente se la causa è la corruzione dell’organizzazione o dei suoi maestri spirituali – e fondare un altro centro che continui ad osservare gli insegnamenti di Buddha. Inoltre, il termine sangha in questo crimine efferato si riferisce specificamente alla comunità monastica. Non si riferisce al “sangha,” nell’utilizzo non tradizionale del termine che è stato coniato dai buddhisti occidentali come equivalente di una congregazione di un centro o un’organizzazione di Dharma.

(9) Mantenere una visione distorta ed antagonistica

Questo significa negare quello che è vero ed ha valore – come la legge delle cause e degli effetti comportamentali, una direzione sicura e positiva nella vita, la rinascita e la liberazione da essa – ed essere antagonistici verso queste idee e verso coloro che le sostengono.

(10) Distruggere luoghi come città

Questa caduta include il demolire, bombardare o degradare intenzionalmente l’ambiente di un paese, di una città, di un distretto o di un’area di campagna, rendendoli non idonei, dannosi o difficoltosi per la vita di esseri umani ed animali.

(11) Insegnare la vacuità a coloro le cui menti sono impreparate

Gli oggetti primari di questa caduta sono persone che hanno la motivazione di bodhicitta ma che non sono ancora pronte per comprendere la vacuità. Queste persone potrebbero venire confuse o spaventate da questo insegnamento e di conseguenza abbandonare il sentiero dei bodhisattva per il sentiero della liberazione personale. Questo può accadere come risultato dell’idea che se tutti i fenomeni sono privi di un’esistenza intrinseca e trovabile, allora nessuno esiste, quindi perché darsi la briga di beneficiare qualcun altro? Questa azione include anche l’insegnare la vacuità a chiunque la fraintenderebbe e dunque abbandonerebbe interamente il Dharma, per esempio sulla base dell’idea che il Buddhismo insegni che nulla esiste e che quindi sia una completa sciocchezza. Senza avere percezione extrasensoriale, è difficile sapere se le menti degli altri siano sufficientemente addestrate in modo da non fraintendere gli insegnamenti sulla vacuità di tutti i fenomeni. Dunque è importante portare le persone a questi insegnamenti attraverso la spiegazione di livelli graduali di complessità, e periodicamente controllare il loro livello di comprensione.

(12) Distogliere gli altri dal raggiungere la piena illuminazione

Gli oggetti di questa azione sono persone che hanno già sviluppato una motivazione di bodhicitta ed ora si sforzano di raggiungere l’illuminazione. La caduta consiste nel dire loro che sono incapaci di agire tutto il tempo con generosità, pazienza e così via – e di dir loro che non hanno la possibilità di diventare un Buddha, per cui sarebbe molto meglio se si sforzassero solamente di raggiungere la loro liberazione individuale. Tuttavia, a meno che essi non abbandonino effettivamente la loro finalità di raggiungere l’illuminazione, questa caduta è incompleta.

(13) Distogliere gli altri dai loro voti pratimoksha

I voti pratimoksha, o voti della liberazione individuale (so-thar sdom-pa) includono i voti degli uomini e delle donne laici, delle monache in periodo di prova, dei monaci e delle monache novizi, dei monaci e delle monache con completa ordinazione. Gli oggetti in questo caso sono persone che hanno uno di questi gruppi di voti pratimoksha. La caduta è di dire loro che come bodhisattva non c’è utilità nel mantenere i voti pratimoskha, perché per un bodhisattva tutte le azioni sono pure. Affinché questa caduta sia completa, essi devono effettivamente abbandonare i loro voti.

(14) Sminuire il veicolo shravaka

La sesta caduta radice è il ripudiare che i testi dei veicoli shravaka o pratyekabuddha siano le autentiche parole del Buddha. Qui, accettiamo che lo siano, ma viene negata l’efficacia dei loro insegnamenti e viene sostenuto che è impossibile liberarsi dalle emozioni e dagli atteggiamenti disturbanti attraverso le loro istruzioni, per esempio quelle riguardo la vipassana (meditazione di discernimento).

(15) Proclamare una falsa realizzazione della vacuità

Commettiamo questa caduta se non abbiamo interamente realizzato la vacuità, eppure insegniamo o scriviamo su di essa facendo finta di averla realizzata, a causa della gelosia nei confronti dei grandi maestri. Non fa alcuna differenza se qualcuno dei nostri studenti o lettori viene tratto in inganno oppure no dalla nostra finzione. Tuttavia, essi devono comprendere quello che stiamo spiegando. Se essi non comprendono la nostra discussione, la caduta è incompleta. Nonostante questo voto si riferisca alla proclamazione di false realizzazioni specificamente relative alla vacuità, è chiaro che dobbiamo evitare di fare la stessa cosa anche quando insegniamo la bodhicitta o altri punti del Dharma. In ogni caso, non c’è errore nell’insegnare la vacuità prima di averla interamente realizzata, purché ammettiamo apertamente questo fatto e chiariamo che stiamo insegnando solamente sulla base del nostro attuale livello di comprensione provvisoria.

(16) Accettare ciò che è stato rubato al Triplice Gioiello

Questa caduta consiste nell’accettare un regalo, un’offerta, un salario, una ricompensa, un’indennità oppure acquisire tramite corruzione qualsiasi cosa che qualcun altro abbia rubato o sottratto indebitamente, sia di prima persona che incaricando qualcun altro, ai Buddha, al Dharma o al Sangha, anche laddove si tratti solo di uno, due o tre monaci o monache.

(17) Stabilire regole ingiuste

Questo significa essere prevenuti contro praticanti seri, a causa di rabbia o ostilità nei loro confronti, e favorire altri praticanti con realizzazioni inferiori o del tutto assenti, a causa di attaccamento nei loro confronti. Un esempio di questa caduta è il dedicare la maggior parte del nostro tempo come insegnanti a studenti privati casuali ma che possono pagare delle tariffe alte e invece trascurare studenti seri che non possono pagare nulla.

(18) Abbandonare la bodhicitta

Questo è abbandonare il desiderio di raggiungere l'illuminazione per il beneficio di tutti. Dei due livelli di bodhicitta, quella dell'aspirazione e quella dell'impegno, questo si riferisce specificamente all'abbandonare il primo. Facendo ciò, abbandoniamo anche il secondo.

Occasionalmente, viene specificata una diciannovesima caduta:

(19) Sminuire altri con frasi o parole sarcastiche

Questa, tuttavia, può considerarsi inclusa nella prima caduta radice del bodhisattva.

Mantenere i voti

A volte le persone, quando apprendono voti come questi, hanno la sensazione che essi siano difficili da mantenere ed hanno paura di prenderli. Tuttavia, possiamo evitare questo timore, sapendo chiaramente che cosa sono i voti. Ci sono due modi di spiegarli: il primo è che i voti sono un atteggiamento verso la vita che adottiamo per astenerci da certe condotte negative. L'altro è che essi sono una sottile forma o fattezza che diamo alla nostra vita. In entrambi i casi, mantenere i voti implica consapevolezza (dran-pa), vigilanza (shes-bzhin) e autocontrollo. Con la consapevolezza, teniamo i nostri voti a mente durante ogni giorno. Con la vigilanza, teniamo d'occhio il nostro comportamento per controllare se sia in accordo con i voti. Se scopriamo che li stiamo trasgredendo, o siamo sul punto di farlo, esercitiamo autocontrollo. In questo modo, definiamo e manteniamo una forma etica nella nostra vita.

Mantenere i voti e mantenere la consapevolezza di essi non sono cose così esotiche o difficili da fare. Se guidiamo la macchina, acconsentiamo a rispettare certe regole per minimizzare gli incidenti e massimizzare la sicurezza. Queste regole forgiano la nostra guida – evitiamo di andare troppo forte e stiamo dal nostro lato della strada – e delineano il modo più pragmatico e realistico per giungere a destinazione. Con un po' di esperienza, rispettare le regole diventa talmente naturale che essere consapevole di esse non implica alcuno sforzo e non ci pesa. La stessa cosa accade quando manteniamo i voti del bodhisattva o qualsiasi altro voto etico.

I quattro fattori vincolanti per la perdita dei voti

Perdiamo i nostri voti quando abbandoniamo completamente la forma che essi danno alla nostra vita, oppure smettiamo di impegnarci a mantenerla. Questo viene chiamato una caduta radice. Quando questo accade, l'unico modo per riacquistare questa forma etica è di recuperare i nostri atteggiamenti mentali, compiere una procedura di purificazione come la meditazione sull'amore e sulla compassione e riprendere i voti. Tra le diciotto cadute radice di un bodhisattva, non appena sviluppiamo lo stato mentale della nona o della diciottesima – mantenere una visione distorta ed antagonistica oppure abbandonare la bodhicitta – perdiamo, per il solo fatto del nostro cambiamento mentale, la forma etica della nostra vita che era stata forgiata dai voti del bodhisattva e dunque interrompiamo qualsiasi sforzo per mantenerla. Di conseguenza, perdiamo immediatamente tutti nostri voti del bodhisattva, non soltanto quello che avevamo specificatamente abbandonato.

Trasgredire gli altri sedici voti del bodhisattva non costituisce una caduta radice a meno che l'atteggiamento che accompagna l'azione non contenga quattro fattori vincolanti (kun-dkris bzhi). Questi fattori devono essere posseduti e mantenuti dal momento immediatamente successivo allo sviluppo della motivazione a infrangere il voto fino al completamento dell'atto di trasgressione.

I quattro fattori vincolanti sono:

(1) Non considerare le azioni negative come nocive, vedervi soltanto vantaggi e compiere quest’azione senza rimorso.

(2) Avendo avuto l’abitudine di commettere questa infrazione in precedenza, non avere il desiderio o l’intenzione di astenersi ora oppure in futuro dal ripeterla.

(3) Divertirsi nel compiere l’azione negativa e commetterla con gioia.

(4) Non avere dignità morale (ngo-tsha med-pa, non avere senso dell’onore) e non avere cura per come le nostre azioni si riflettono sugli altri (khrel-med, non avere senso dell’imbarazzo), come i nostri maestri o i nostri genitori, e dunque non avere intenzione di porre rimedio al danno che stiamo facendo a noi stessi.

Se la trasgressione di uno qualunque dei sedici voti non è accompagnata da tutti e quattro questi atteggiamenti, la forma del bodhisattva data alle nostre vite è ancora presente, così come lo è l'impegno a mantenerla, ma entrambi si sono indeboliti. Con questi sedici voti, c'è una grande differenza tra il semplice infrangerli e il perderli.

Per esempio, supponiamo che non prestiamo a qualcuno uno dei nostri libri a causa del nostro attaccamento per essi e della nostra avarizia. Non ci vediamo nulla di sbagliato – in fondo, questa persona potrebbe versarci sopra del caffè oppure non restituircelo. Non lo abbiamo mai prestato fino ad ora e non abbiamo intenzione di cambiare questo nostro principio né ora né in futuro. Inoltre, quando rifiutiamo di prestare il libro, siamo felici della nostra decisione. Privi di dignità morale, non abbiamo alcun imbarazzo nel dire di no. Non ci importa come il nostro rifiuto si rifletta su di noi, nonostante il fatto che in qualità di persone che, presumibilmente, desiderano portare tutti all'illuminazione, come potremmo non voler condividere qualsiasi fonte di conoscenza che possediamo? Spudoratamente, non ci interessa come il nostro rifiuto si rifletta sui nostri maestri spirituali o sul Buddhismo in generale. E non abbiamo alcuna intenzione di fare nulla che controbilanci il nostro atto egoista.

Se abbiamo tutti questi atteggiamenti nel rifiutare di prestare il nostro libro, allora abbiamo certamente perso la forma del bodhisattva data alla nostra vita. Abbiamo totalmente perso il nostro addestramento Mahayana e perso tutti i nostri voti del bodhisattva. D'altro canto, se non abbiamo alcuni di questi atteggiamenti e non prestiamo il nostro libro, abbiamo meramente indebolito i nostri sforzi per mantenere la forma del bodhisattva nella nostra vita. Abbiamo ancora i voti, ma in forma indebolita.

Indebolire i voti

Invece, trasgredire uno dei sedici voti senza che sia presente alcuno dei quattro fattori vincolanti non indebolisce i nostri voti del bodhisattva. Per esempio, non prestiamo il nostro libro a qualcuno che lo chiede, ma in fondo sappiamo che é sbagliato. Non intendiamo rifiutare per principio, non siamo felici di dire di no e siamo preoccupati di come il nostro rifiuto si rifletta su di noi e sui nostri maestri. Abbiamo una valida ragione per rifiutarci di prestare il libro, per esempio il fatto che ne abbiamo urgentemente bisogno oppure lo abbiamo già promesso a qualcun altro. La nostra motivazione non è l'attaccamento per il libro oppure l'avarizia. Ci scusiamo per non essere in grado di prestarlo e ne spieghiamo il perché, assicurando all'altra persona che glielo presteremo non appena possibile. Per rimediare, offriamo di condividere i nostri appunti. In questo modo, manteniamo completamente la forma del bodhisattva nella nostra vita.

Iniziamo ad indebolire progressivamente quella forma e a perdere la presa sui nostri voti man mano che cadiamo sotto l'influenza dell'attaccamento e dell'avarizia. Si noti che mantenere il voto di astenerci dal non condividere insegnamenti di Dharma o qualsiasi altra fonte di conoscenza non ci libera dall'attaccamento o dall'avarizia nei confronti dei nostri libri. Semplicemente ci previene dall'agire sotto la loro influenza. Possiamo prestare il nostro libro oppure, a causa di un bisogno urgente di quel libro, non prestarlo proprio ora, ma comunque restare attaccati ad esso e fondamentalmente avari. Comunque, i voti ci aiutano nell'impresa di annientare queste emozioni disturbanti ed ottenere la liberazione dai problemi e dalle sofferenze che esse ci creano. Più forti sono questi piantagrane, tuttavia, e più è difficile esercitare l'autocontrollo necessario per impedire che essi controllino il nostro comportamento.

Siamo pian piano sempre più dominati dall'attaccamento e dall'avarizia – e i nostri voti diventano pian piano sempre più deboli – quando, nel non prestare il nostro libro, sappiamo che é sbagliato, ma abbiamo uno, due oppure tre degli altri quattro fattori vincolanti. Questi costituiscono, rispettivamente, i livelli minore, intermedio e maggiore della corruzione minore (zag-pa chung-ba) dei nostri voti. Per esempio, sappiamo che è sbagliato non prestare il nostro libro, ma questo è il nostro principio e non facciamo eccezioni. Se ci sentiamo a disagio per questo e ci vergogniamo di come il nostro rifiuto si rifletta su di noi e sui nostri maestri, la forma del bodhisattva che stiamo cercando di dare alle nostre vite non è ancora troppo debole. Ma se, in aggiunta a ciò, siamo contenti del nostro principio e inoltre non ci importa più che cosa gli altri o i nostri maestri pensino di noi, allora siamo sempre più in preda al nostro attaccamento e alla nostra avarizia.

Un livello ancora più debole del mantenere questa forma nella nostra vita inizia quando non vediamo nulla di sbagliato nel rifiutarci di prestare il libro. Questo è il livello più basso della corruzione intermedia (zag-pa 'bring). Se aggiungiamo uno o due altri fattori vincolanti, indeboliamo ancor di più questa forma, per raggiungere il livello più alto della corruzione intermedia e la corruzione maggiore (zag-pa chen-po), rispettivamente. Se tutti e quattro i fattori vincolanti sono presenti, commettiamo una caduta radice e perdiamo completamente i nostri voti del bodhisattva. Ora siamo completamente soggiogati dall'attaccamento e dall'avarizia, il che significa che non facciamo più nulla per superarli o per realizzare il nostro potenziale per poter beneficiare altri. Abbandonando il livello dell'impegno della bodhicitta, perdiamo i nostri voti del bodhisattva, che definiscono questo livello.

Rafforzare i voti indeboliti

Il primo passo per riparare i nostri voti del bodhisattva, se li abbiamo indeboliti o perduti, è l'ammettere che la nostra trasgressione è stata uno sbaglio. Possiamo fare questo con un rituale di espiazione (phyir-'chos, phyir-bcos). Questo rituale non implica il confessare i nostri errori ad un'altra persona oppure chiedere perdono ai Buddha. Dobbiamo essere onesti con noi stessi e con in nostri impegni. Se già sentivamo che era sbagliato al momento in cui abbiamo infranto uno specifico voto, ora riconosciamo nuovamente il nostro errore. Quindi generiamo quattro fattori che agiscano da forze opponenti (gnyen-po bzhi). Questi quattro fattori sono:

(1) provare rimorso per la nostra azione. Il rimorso (' gyod-pa), sia al momento della trasgressione di un voto che successivamente, non è la stessa cosa del senso di colpa. Il rimorso è il desiderio di non aver mai commesso l'azione che stiamo compiendo o che abbiamo compiuto. E' l'opposto di provare piacere o di gioire successivamente per la nostra azione. Il senso di colpa, d'altro canto, è una forte sensazione che la nostra azione è o era davvero cattiva e che quindi siamo davvero una persona cattiva. Considerando queste identità come insite ed eterne, ci soffermiamo in maniera morbosa su di esse e non le lasciamo andare. Il senso di colpa, tuttavia, non è mai una risposta adeguata o utile ai nostri errori. Per esempio, se mangiamo del cibo che ci fa sentire male, rimpiangiamo la nostra azione – è stata uno sbaglio. Il fatto che abbiamo mangiato quel cibo, tuttavia, non ci rende intrinsecamente cattivi. Siamo responsabili per le nostre azioni e le loro conseguenze, ma non colpevoli di averle commesse in una maniera che ci condanna, privandoci di qualsiasi senso di autostima o di dignità.

(2) Promettere di cercare di fare del nostro meglio per non ripetere questo errore. Anche se avevamo questa intenzione quando abbiamo trasgredito il voto, consapevolmente riaffermiamo il nostro proposito.

(3) Ritornare alla nostra base. Questo significa riaffermare la direzione sicura e positiva nelle nostre vite e dedicare nuovamente i nostri cuori al raggiungimento dell'illuminazione per il beneficio di tutti – in altre parole, rivitalizzare e fortificare il nostro rifugio e il nostro livello di aspirazione della bodhicitta.

(4) Intraprendere misure a carattere correttivo per controbilanciare la nostra trasgressione. Tali misure includono la meditazione sull'amore e la generosità, scusarci per il nostro atteggiamento poco gentile e impegnarci in altre azioni positive. Poiché agire in maniera costruttiva richiede un senso di dignità morale personale e cura per il modo in cui le nostre azioni si riflettono su coloro che rispettiamo, ciò contrasta la mancanza di queste qualità che può aver accompagnato la nostra azione negativa. Anche se ci siamo vergognati e sentiti in imbarazzo al momento della trasgressione, questi passi positivi rafforzano il nostro senso di rispetto per noi stessi e la nostra considerazione di cosa gli altri potrebbero pensare dei nostri maestri.

Considerazioni conclusive

Possiamo dunque vedere che i voti del bodhisattva sono in effetti abbastanza difficili da perdere completamente. Fintanto che li rispettiamo con sincerità e cerchiamo di mantenerli come linee guida, non li perdiamo mai del tutto. Questo perché i quattro fattori vincolanti non sono mai completi neppure se le nostre emozioni disturbanti fanno sì che infrangiamo un voto. E anche nel caso in cui abbiamo un atteggiamento distorto ed antagonistico oppure abbandoniamo la bodhicitta, se ammettiamo il nostro errore, chiamiamo a raccolta le forze opponenti del rimorso e così via e riprendiamo i voti, possiamo recuperare e riprendere il nostro cammino.

Quindi, nel cercare di decidere se prendere i voti oppure no, è più ragionevole basare questa decisione sulla valutazione della nostra capacità di sostenere uno sforzo continuo nel cercare di mantenerli come linee guida, piuttosto che della nostra capacità di mantenerli alla perfezione. Tuttavia, la cosa migliore è non indebolire o non perdere mai i nostri voti. Anche se siamo in grado di camminare di nuovo dopo esserci rotti una gamba, potremmo ritrovarci con un'andatura zoppicante.