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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Il rapporto con il maestro spirituale nell’arco di due vite

Alexander Berzin, Febbraio 2002

Un rapporto profondo con un maestro spirituale può essere la relazione più significativa ed edificante della propria vita. Ma può anche essere fonte di autoinganno, sofferenza e disperazione spirituale. Tutto sta nel riuscire a far sì che il rapporto sia equilibrato, e per questo è necessario avere un atteggiamento realistico rispetto alle qualificazioni nostre e del maestro, allo scopo del legame, alle sue dinamiche ed ai suoi confini.

Ho scritto “Il rapporto con il maestro spirituale. Come costruire una relazione sana” (Astrolabio Ubaldini, 2001) in primo luogo perché io stesso ho potuto trarre enormi benefici dal rapporto coi miei maestri principali: Tsenzhab Serkong Rinpoche, Sua Santità il Dalai Lama, e Ghesce Ngawang Dhargyey. Mi son reso conto che tanti sinceri ricercatori spirituali incontrati durante i miei tour di insegnamenti in tutto il mondo, avevano avuto esperienze assai meno felici, purtroppo. Molti, dopo essere incorsi in abusi sessuali, finanziari o di potere, si sono identificati nella vittima innocente, attribuendo quindi la responsabilità dell’accaduto solo sul maestro da cui avevano subìto l’abuso. Inoltre, hanno finito per prendere le distanze da tutte le guide spirituali e talvolta perfino dal sentiero spirituale. Altri vivevano negando che la propria relazione non fosse sana, convinti che una corretta “devozione al Guru” non solo giustifichi, ma santifichi qualunque azione del maestro, per quanto apparentemente dannosa da un punto di vista convenzionale. Nessuna di queste posizioni estreme consentiva agli studenti di trarre tutti i benefici insiti in una relazione equilibrata.

Se poi lo studente è occidentale e il maestro tibetano, possono essere fonte di problemi anche i fraintendimenti culturali, moltiplicati da un’aspettativa irreale che l’altra parte agirà in conformità alle nostre norme culturali. Altre fonti di confusione possono anche essere il considerare le presentazioni tradizionali della relazione fra maestro e studente al di fuori del loro contesto originale, interpretandole alla lettera e fraintendendone il significato dei termini tecnici impiegati, spesso a causa di traduzioni fuorvianti.

Per esempio, i testi di lam-rim (sentiero graduale) presentano la relazione con il maestro come “ la radice del sentiero” e la trattano come il primo argomento principale. Tuttavia il senso della metafora è che un albero trae il proprio nutrimento dalle radici, non che inizia dalle radici. L’a lbero prende origine da un seme, e Lama Tsongkhapa non ha detto che la relazione col maestro è “il seme del sentiero”. In fin dei conti, originariamente gli insegnamenti di lam-rim non erano rivolti a principianti, ma a monaci e monache riuniti per ricevere una iniziazione tantrica ai quali, come preparazione, veniva proposto un riassunto degli insegnamenti di sutra. Per queste persone, già impegnate sia nello studio che nella pratica del sentiero buddhista, una relazione sana con il maestro spirituale è la radice dalla quale trarre ispirazione, per sostenere il sentiero completo che porta alla liberazione. Non si è mai inteso che i principianti dei centri di Dharma occidentali dovessero cominciare col considerare i maestri spirituali di quei centri come dei Buddha.

Nel mio caso, la più profonda delle mie relazioni con un maestro spirituale si estende nell’arco di due vite di quel maestro. Per nove anni infatti sono stato discepolo, interprete, segretario di lingua inglese e responsabile dei tour esteri di Tsenzhab Serkong Rinpoche, già maestro partner di dibattito ed assistente tutore di Sua Santità il Dalai Lama. Rinpoche venne a mancare nel 1983, prese rinascita esattamente nove mesi dopo, e fu riconosciuto e ricondotto a Dharamsala all’età di quattro anni. Entrambi abbiamo riconfermato il nostro profondo legame reciproco nel momento stesso in cui, qualche mese più tardi, ci siamo incontrati. Quando un attendente gli domandò se sapesse chi io fossi, il piccolo tulku rispose: “Non essere sciocco. Certo che lo so.” E fin da quel momento Rinpoche mi ha trattato come un membro stretto della sua famiglia spirituale, un atteggiamento che un bambino di quattro anni non può simulare. Da parte mia, non ho avuto alcun dubbio sulla nostra profonda connessione.

Nell’estate del 2001 ho trascorso un mese con Rinpoche nel suo monastero, Ganden Jangtse, nel sud dell’India. Qui, all’età di diciassette anni, Rinpoche si è impegnato nel dibattito di fronte ai monaci riuniti per la cerimonia che ha segnato il suo ingresso ufficiale nei ranghi degli studiosi. Nel corso di quel mese ho ricevuto insegnamenti da Rinpoche sulle materie che stava studiando per conseguire il titolo di Ghesce, ed ho tradotto la trasmissione orale e la spiegazione di un testo che egli ha dato ad un altro occidentale, stretto discepolo del suo predecessore. Quando confidai a Rinpoche quanto trovassi meraviglioso tradurre ancora per lui, egli mi rispose “ Certo, è il tuo karma”. Ho anche continuato informalmente a restituirgli molte istruzioni di Dharma e consigli più mondani che avevo ricevuto da lui nella sua vita precedente.

La mia personale relazione con Serkong Rinpoche nell’arco di due vite mi ha dato più fiducia nel Dharma e nella rinascita di quanta avrei mai potuto ottenere solo dallo studio e dalla meditazione. È fonte di continua ispirazione lungo il sentiero. Nessuno dei due si inganna a proposito dei nostri rispettivi ruoli in nessuna delle sue due vite. Nessuno dei due è totalmente uguale né totalmente diverso da quello che era nel passato. Siamo entrambi una continuità. Con profondo rispetto reciproco, fondato sul considerare in modo realistico gli stadi diversi della nostra vita presente e passata, ciascuno ora insegna all’altro ed apprende serenamente dall’altro, con assoluta naturalezza.

Da bravo fan di Star Trek, considero la mia esperienza analoga a quella di chi avesse fatto parte dell’equipaggio sia nella serie originale che nella Next Generation, al comando prima di Capitan Kirk e poi della sua reincarnazione come Capitan Picard, giovane cadetto in addestramento. La sfida principale che mi attende è continuare ad accumulare il karma per poter far parte dell’e quipaggio di tutte le future Enterprise.