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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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La vita di Buddha Shakyamuni

Alexander Berzin
Febbraio 2005, versione riveduta nell´Aprile 2007
Traduzione italiana a cura di Julian Piras

Introduzione

Secondo la datazione tradizionale, Buddha Shakyamuni (tib. Shakya thub-pa), anche conosciuto come Buddha Gautama (tib. Gau-ta-ma), visse dal 566 al 485 a.C. nel centro dell`India settentrionale. Le fonti buddhiste contengono numerosi, variegati racconti sulla sua vita. Nuovi dettagli appaiono soltanto gradualmente nel tempo. La letteratura buddhista più antica è stata scritta solo tre secoli dopo la morte di Buddha. Per questo motivo, è difficile accertare l’accuratezza dei dettagli che si trovano in quei racconti. Inoltre, il fatto che certi dettagli furono scritti più tardi di altri non è una ragione sufficiente per pensare che non siano validi. Molti dettagli potrebbero essere stati trasmessi in forma orale mentre altri erano già stati scritti.

Inoltre, le biografie tradizionali dei grandi maestri buddhisti, inclusa quella del Buddha stesso, furono generalmente compilate a fini didattici e non per ragioni storiografiche. Più specificamente, le biografie dei grandi maestri furono scritte per insegnare il sentiero spirituale per raggiungere la liberazione e l´illuminazione ai seguaci buddhisti, e d’ispirarli a seguire questo percorso fino in fondo. Perciò, per trarre beneficio dalla biografia di Buddha, dobbiamo comprenderla in questo contesto e analizzare le lezioni di vita che essa ci può insegnare.

Fonti

Le fonti più antiche che parlano della vita di Buddha includono, nell’ambito degli scritti Theravada, alcuni sutta in pali tratti dalla Collezione di Insegnamenti di Media Lunghezza (Pali: Majjhima Nikaya) e, nell’ambito delle varie scuole Hinayana, una serie di testi vinaya che riguardano le regole della disciplina monastica. Tuttavia, ognuno di questi testi ci rivela solo piccole parti della vita di Buddha.

I primi racconti più estesi appaiono alla fine del secondo secolo a.C. in opere poetiche del Buddhismo, per esempio nell´opera Grandi Faccende (sanscrito: Mahavastu) della scuola Mahasanghika dell´Hinayana. Questo testo, che non era incluso nelle Tre collezioni simili a cesti (tib. sDe-snod gsum, sanscrito: Tripitaka, Tre Cesti), aggiunge per esempio il dettaglio che Buddha nacque come principe in una famiglia reale. Un´altra di queste opere poetiche apparse nella letteratura della scuola Sarvastivada dell’Hinayana. Si tratta del Sutra del gioco esteso (sanscrito: Lalitavistara Sutra). Versioni Mahayana successive di questo testo (tib. rGya-cher rol-pa’i mdo) si basano su questa prima versione e la elaborarono, spiegando per esempio che Shakyamuni aveva ottenuto l´illuminazione molto tempo prima e che si era unicamente manifestato come principe Siddhartha, per dimostrare come raggiungere l’illuminazione dando istruzioni agli altri.

Successivamente, alcune di queste biografie furono incluse nelle Tre collezioni simili a cesti. La più famosa è Le gesta del Buddha (tib. Sangs-rgyas-kyi spyod-pa zhes-bya-ba’i snyan-ngag chen-po, sanscrito: Buddhacarita) del poeta Ashvaghosha (tib. rTa-dbyangs), scritta nel primo secolo d.C. Altre versioni apparvero addirittura più tardi, nei tantra: per esempio, nella letteratura di Chakrasamvara (tib. ‘Khor-lo bde-mchog). In quel tantra troviamo il racconto secondo il quale Buddha si emanò sotto forma di Shakyamuni per insegnare i Sutra sulla consapevolezza discriminante di vasta portata (tib. Sher-phyin mdo, Prajnaparamita Sutra, Sutra della perfezione della saggezza) e contemporaneamente sotto forma di Vajradhara per insegnare i tantra.

Ogni resoconto può insegnarci qualcosa e ispirarci. Tuttavia, in quest’articolo, esamineremo soprattutto le versioni che parlano della vita del Buddha storico.

La nascita, la gioventù e la rinuncia

Secondo le narrazioni più antiche, Shakyamuni (tib. Shakya thub-pa) nacque in una ricca famiglia di guerrieri aristocratici nello stato di Shakya con capitale Kapilavastu (tib. Ser-skya’i gnas) al confine tra l´India e il Nepal attuali. Non è menzionato che sia stato un principe di una famiglia reale. Questa sua discendenza e il suo nome principesco Siddhartha (tib. Don-grub), appaiono solo in narrazioni seguenti. Il padre si chiamava Shuddhodana (tib. Zas gtsang-ma). In versioni successive, appaiono anche altri tre elementi: il nome della madre, Maya-devi (tib. Lha-mo sGyu-‘ phrul-ma), la storia della sua concezione miracolosa durante un sogno in cui la madre vide un elefante bianco a sei zanne entrare in lei dal suo fianco e la predizione del saggio Asita, secondo il quale il bambino sarebbe diventato o un grande re o un grande saggio. Nello stesso modo, la descrizione della nascita pura di Buddha dal fianco della madre nel boschetto di Lumbini (tib. Lumbi-na’i tshal), vicino a Kapilavastu, si trova in resoconti successivi, come pure la descrizione dei suoi primi sette passi che fece immediatamente, dichiarando poi “Sono arrivato,” e della morte della madre subito dopo la nascita.

Da giovane, Buddha ebbe una vita piena di piaceri. Si sposò ed ebbe un figlio, Rahula (tib. sGra-gcan ‘dzin). In versioni successive, appare il nome della moglie, Yashodhara (tib. Grags ‘dzin-ma). Tuttavia, all’età di ventinove anni, Buddha rinunciò alla vita di famiglia e alla sua eredità principesca per diventare un ricercatore spirituale mendicante e itinerante (tib. dge-sbyong, sanscrito: shramana).

Dobbiamo vedere la rinuncia di Buddha nel contesto della società del suo tempo. Diventando un ricercatore spirituale mendicante e itinerante, Buddha non abbandonò la moglie e il figlio, lasciandoli soli in uno stato di povertà. Sapeva che la sua ricca famiglia estesa si sarebbe occupata di loro. Inoltre, essendo un membro della casta guerriera, Buddha avrebbe comunque lasciato un giorno la sua casa per andare in battaglia. La famiglia di un guerriero avrebbe accettato questo fatto come parte del dovere di un uomo. I guerrieri dell´India antica non portavano con sé le loro famiglie negli accampamenti dell´esercito.

Ci sono battaglie contro nemici esterni, ma la vera battaglia è quella contro i nostri nemici interiori, ed è questa la battaglia che Buddha andò a fare. Il fatto che Buddha lasciò la sua famiglia a questo fine ci indica che il dovere di un ricercatore o di una ricercatrice spirituale è di dedicare tutta la sua vita a questo tipo di battaglia. Tuttavia, nel nostro mondo moderno, se vogliamo lasciare le nostre famiglie per diventare un monaco o una monaca e intraprendere questa battaglia interiore, dobbiamo prima assicurarci che i membri della nostra famiglia abbiano tutto quello che serve. Questo significa che non dobbiamo soltanto prenderci cura del nostro partner e dei nostri figli, ma anche dei nostri genitori nella loro vecchiaia. Comunque, a prescindere dal fatto se lasciamo la nostra famiglia oppure no, un ricercatore spirituale buddhista ha il dovere di diminuire la propria sofferenza superando la dipendenza dal piacere, come fece Buddha.

Per sormontare la sofferenza, Buddha volle capire la natura della nascita, della vecchiaia, della morte, della rinascita, della tristezza e della confusione. Una versione espansa di questo resoconto apparse più tardi sotto forma dell´episodio in cui il conduttore del carro Cianna portò Buddha a fare un giro attraverso la città. Quando Buddha vide persone malate, vecchie, morte e ascetiche, Cianna gli spiegò di cosa si trattava. Così, Buddha venne a identificare chiaramente le vere sofferenze che noi tutti proviamo e una possibilità di superarle.

Quest’episodio in cui Buddha riceve l´aiuto da parte di un conduttore di carro lungo il suo percorso spirituale è simile al racconto della Bhagavad Gita, in cui Arjuna (tib. Srid-sgrub) riceve istruzioni dal suo conduttore di carro, Krishna (tib. ‘Dom-pa nag-po), su come compiere il suo dovere di guerriero e combattere una battaglia contro i suoi parenti. Sia nel caso della storia buddhista che nel caso di quella induista, vi è un significato più profondo: dobbiamo trascendere i limiti della nostra vita, dotata di confort, che ci è familiare, e non abbandonare mai il nostro compito di scoprire la verità. In ambedue i casi, il carro potrebbe rappresentare un veicolo mentale che porta alla liberazione, mentre le parole del conduttore sarebbero la forza propulsiva che mette in moto il carro, ossia la verità a proposito della realtà.

Gli studi e l’illuminazione

Buddha divenne un ricercatore spirituale itinerante che praticava il celibato. Studiò con due maestri i metodi per raggiungere i vari livelli di stabilità mentale (tib. bsam-gtan, sanscrito: dhyana) e della concentrazione senza forme. Riuscì a raggiungere questi stati di concentrazione perfetta nei quali non provava più la sofferenza grossolana e nemmeno la felicità mondana ordinaria. Ma queste esperienze non lo soddisfacevano: questi stati elevati procuravano un sollievo unicamente temporaneo e non permanente da questi sentimenti contaminati. Non eliminavano certamente le forme più profonde, più universali della sofferenza che lui cercava di combattere. In seguito, praticò una forma estrema di ascetismo con cinque amici, ma anche questo metodo non risolveva i problemi più profondi connessi al ciclo incontrollabile di rinascite (tib. ‘khor-ba, sanscrito: samsara). La storia secondo la quale Buddha smise di digiunare dopo sei anni sulle sponde del fiume Nairanjana (tib. Chu-bo Nai-ranyja-na), quando accettò una ciotola di riso al latte dalla giovane Sujata (tib. Legs-par skyes-ma), appare solo in versioni successive della sua biografia.

Per noi, l´esempio di Buddha indica che non bisogna accontentarsi di raggiungere uno stato di calma totale o di “ubriacarsi” con la meditazione, e ancora meno con qualche mezzo artificiale come una droga. La fuga in una trance profonda o il fatto di torturarci o di punirci non è neanche la soluzione. Dobbiamo perseverare fino alla liberazione e all’illuminazione e non essere soddisfatti con metodi spirituali che non realizzino questi scopi.

Dopo aver abbandonato l´ascetismo, Buddha si ritirò da solo nella giungla, per superare la paura meditando. La paura è dovuta ad un forte atteggiamento auto-gratificante e l’aggrapparsi ad un “io” impossibile, ancora più forte dello stesso atteggiamento che causa la ricerca compulsiva del piacere ed il divertimento. Così, ne La ruota delle armi taglienti (tib. Blo-sbyong mtshon-cha’i ‘khor-lo), il maestro indiano Dharmarakshita (tib. Dharma-rakshi-ta), vissuto nel decimo secolo d.C., usa l´immagine di pavoni che vivono nella giungla, mangiando piante velenose. Quest´immagine rappresenta i bodhisattva: essi usano e trasformano gli atteggiamenti velenosi come il desiderio, la rabbia e l´ingenuità per superare i loro atteggiamenti auto-gratificanti e l´aggrapparsi a un “io” impossibile.

Dopo molta meditazione, Buddha raggiunse la completa illuminazione all´età di trentacinque anni. In resoconti successivi, troviamo i dettagli del suo raggiungimento dell’illuminazione sotto l’albero del bodhi (tib. byang-chub-kyi shing) nell´odierna Bodh Gaya (tib. rDo-rje gdan), dopo essersi difeso con successo contro gli attacchi di Mara (tib. bDud). Il dio geloso Mara cercò d’impedire l´illuminazione di Buddha emanando delle presenze spaventose e seducenti per disturbare la meditazione di Buddha sotto l´albero del bodhi.

Nei racconti più antichi, Buddha raggiunse l´illuminazione ottenendo tre tipi di conoscenza: la conoscenza completa di tutte le sue vite passate, del karma e delle rinascite di tutti gli altri esseri e delle quattro nobili verità. Resoconti seguenti spiegano che tramite l´illuminazione raggiunse l´onniscienza.

L´insegnamento e la fondazione di una comunità monastica

Dopo aver ottenuto la liberazione e l´illuminazione, Buddha non era certo se dare insegnamenti in modo che altri realizzassero la stessa cosa. Gli sembrava che nessuno l’avrebbe capito. Ma le divinità indiane Brahma (tib. Tshang-pa) e Indra (tib. dBang-po) lo implorarono di dare insegnamenti. Secondo le tradizioni bramaniche che in seguito formarono l´Induismo, Brahma è il creatore dell´universo e Indra il re degli dei. Facendo questa richiesta, Brahma disse a Buddha che il mondo soffrirebbe senza fine se non avesse dato insegnamenti. Gli disse che ci sarebbero state certamente alcune persone che l’avrebbero compreso.

Può darsi che questo dettaglio sia un elemento satirico con il quale i narratori intendevano indicare la superiorità degli insegnamenti di Buddha, che sorpassavano i metodi offerti dalle altre tradizioni spirituali indiane di quei tempi: persino i dei più alti ammettono che il mondo ha bisogno degli insegnamenti di Buddha e che loro stessi non conoscono mezzi per porre fine alle sofferenze di tutti. E perciò, noi che siamo semplici praticanti abbiamo ancora più bisogno di questi insegnamenti. Inoltre, nel simbolismo buddhista, Brahma rappresenta l’orgoglio arrogante. Brahma crede di essere il creatore onnipotente e perciò rappresenta il massimo grado della credenza in un “io” impossibile, ossia in un “io” capace di controllare tutti gli aspetti della vita. Una tale credenza confusa inevitabilmente produce frustrazioni e sofferenze. Solo gli insegnamenti di Buddha sul modo di esistenza di ognuno realizzano vere cessazioni di questa vera sofferenza e delle sue vere cause.

Buddha accettò la richiesta di Brahma e Indra. Si recò a Sarnath e, lì vicino, nel Parco delle Gazzelle (tib. Ri-dags-kyi gnas, sanscrito: Mrgadava), insegnò le Quattro Nobili Verità ai suoi cinque vecchi compagni. Nel simbolismo buddhista, le gazzelle rappresentano la dolcezza e così Buddha insegna un metodo dolce che evita gli estremi dell´edonismo e dell´ascetismo.

Presto, un gruppo di giovani della vicina città di Varanasi (tib. Va-ra-na-si) si unirono al Buddha per diventare dei ricercatori spirituali, vivendo come mendicanti e osservando il celibato in modo puro. I loro genitori diventarono discepoli laici e iniziarono a sostenere il gruppo con elemosine. Una volta che un membro della comunità era sufficientemente addestrato e qualificato, Buddha lo mandava a dare insegnamenti ad altri. Così, il gruppo dei mendicanti seguaci di Buddha crebbe rapidamente. Presto, si stabilirono e formarono delle comunità “monastiche” individuali in varie località.

Buddha organizzò queste comunità monastiche secondo criteri pratici. I monaci, se possiamo già usare questo termine in questo stadio iniziale, potevano accettare candidati che volevano aderire alla comunità, rispettando certe restrizioni per evitare conflitti con le autorità secolari. Per via di questo, Buddha non permise a criminali, a persone al servizio dei re (militari, per esempio), a schiavi e a chi soffriva di malattie contagiose come la lebbra di diventare membri della comunità monastica. Anche chi era più giovane di vent´anni non veniva accettato. Buddha voleva evitare problemi e comportarsi in un modo che avrebbe garantito il rispetto delle popolazioni per le comunità e per gli insegnamenti del Dharma. Come discepoli di Buddha, questo ci indica che dobbiamo rispettare le usanze locali e comportarci in modo rispettabile. In questo modo, la gente avrà una buona impressione del Buddhismo e lo rispetterà di conseguenza.

Presto, Buddha tornò nel Magadha (tib. Yul ma-ga-dha), il reame nel quale si trovava Bodh Gaya. Fu invitato nella capitale, Rajagrha (tib. rGyal-po’i khab) – l´odierna Rajgir – dal re Bimbisara (tib. gZugs-can snying-po), che divenne il suo sostenitore e discepolo. Fu qui che i due amici Shariputra (tib. Sha-ri’i bu) e Maudgalyayana (tib. Mo’u dgal-gyi bu) aderirono all’ordine in crescita di Buddha. Divennero due dei suoi più stretti discepoli.

Un anno dopo la sua illuminazione, Buddha tornò in patria, nella città-stato di Kapilavastu, dove il figlio Rahula divenne un membro dell´ordine. Il fratellastro di Buddha, Nanda il bello (tib. dGa’-bo), aveva già lasciato casa sua e faceva già parte dell´ordine. Il padre di Buddha, il re Shuddhodana, era molto triste che il lignaggio di trasmissione della famiglia era stato interrotto in questo modo. Perciò, chiese al Buddha che in futuro un figlio avrebbe dovuto chiedere il consenso dei genitori per diventare un membro dell´ordine monastico. Buddha acconsentì pienamente. Questo resoconto non ha lo scopo di farci credere che Buddha fosse crudele con il padre, ma ci dimostra piuttosto l´importanza di non creare risentimenti contro il Buddhismo, soprattutto nelle nostre famiglie.

Nelle narrazioni successive dell´incontro tra Buddha e la sua famiglia, viene detto che Buddha usò i suoi poteri sovrannaturali per ascendere nel Cielo dei Trentatré Dei o, secondo altre fonti, nel paradiso di Tushita (tib. dGa’-ldan), per dare insegnamenti alla madre, che era rinata in quel luogo. Questo ci dimostra l´importanza di apprezzare e di ricambiare l´amore materno.

La crescita dell´ordine monastico

Inizialmente, le comunità monastiche buddhiste erano piccole, non più di venti uomini. Ogni gruppo era autonomo e rimaneva in un certo perimetro nel quale andava a chiedere le elemosine. Le azioni e decisioni di ogni comunità erano prese solo con il consenso di tutti i membri, per evitare disaccordi. Non c´era una persona che deteneva l´autorità assoluta. Buddha chiese ai monaci di considerare gli insegnamenti del Dharma come la somma autorità. In caso di necessità, addirittura la disciplina monastica poteva essere cambiata, ma i cambiamenti dovevano essere accettati da tutta la comunità.

Il re Bimbisara suggerì a Buddha di adottare l´usanza di tenere un’assemblea quattro volte al mese (tib. gso-sbyong, sanscrito: uposhadha), come facevano altri gruppi di mendicanti spirituali, come i giainisti (tib. gCer-bu-pa), per esempio. Secondo quest’usanza, i membri delle comunità spirituali si riunivano all´inizio di ognuna delle quattro fasi lunari per discutere gli insegnamenti. Accettando, Buddha dimostrò la sua apertura verso le usanze dei suoi tempi. In effetti, Buddha derivò molti aspetti delle sue comunità spirituali e della struttura dei suoi insegnamenti dai giainisti. Mahavira, il fondatore del Giainismo, era vissuto mezzo secolo prima di Buddha.

Ben presto, Shariputra chiese al Buddha di formulare un codice di regole per la disciplina monastica. Buddha, invece, decise di aspettare che sorgessero determinati problemi prima di istituire un voto che avrebbe impedito la ricorrenza di un evento simile. Buddha adottò questo comportamento per le azioni naturalmente distruttive che erano dannose per chiunque le commettesse. L’adottò anche per le azioni eticamente neutre proibite per certe persone in determinate situazioni e per certe ragioni. Così, le regole della disciplina (tib. ‘dul-ba, sanscrito: vinaya) erano pragmatiche e formulate ad hoc. L´intenzione principale di Buddha era di evitare problemi e comportamenti offensivi.

Una volta adottate queste regole della disciplina, Buddha istituì la recitazione dei voti all’assemblea monastica che avveniva quattro volte al mese. Qui, i monaci ammettevano apertamente le loro infrazioni dei voti. Le infrazioni più serie avevano per conseguenza l’espulsione dalla comunità, mentre le altre implicavano solo il disonore di doversi sottomettere a un periodo di prova. Più tardi, questi incontri furono organizzati solo ogni due mesi.

La prossima usanza istituita da Buddha fu il ritiro dei tre mesi durante la stagione delle piogge (tib. dbyar-gnas, sanscrito: varshaka). In questo periodo, i monaci rimanevano in un luogo ed evitavano di viaggiare per non calpestare le colture quando dovevano attraversare i campi perché le strade erano inondate. La nascita dei monasteri fissi è dovuta all´usanza del ritiro nella stagione delle piogge. Anche quest’evoluzione avvenne con l´intenzione di non danneggiare la comunità laica e di essere rispettosi. I monasteri fissi furono anche costruiti perché costituivano una soluzione pratica.

A partire dalla seconda stagione delle piogge, Buddha trascorse venticinque ritiri delle piogge nel parco di Jetavana (tib. rGyal-bu rgyal-byed-kyi tshal) nei pressi di Shravasti (tib. gNyan-yod), la capitale del reame di Koshala (tib. Ko-sa-la). Qui, il mercante Anathapindada (tib. mGon-med zas-sbyin) costruisse un monastero per Buddha e i suoi monaci, e anche il re Prasenajit (tib. rGyal-po gSal-rgyal) sponsorizzò la comunità. In questo monastero di Jetavana avvennero tanti dei grandi eventi della vita di Buddha. Il più famoso fu la sua vittoria in una competizione di poteri miracolosi che lo oppose ai leader di sei grandi scuole non-buddhiste di quei tempi.

Forse, oggigiorno, nessuno di noi ha poteri miracolosi. Buddha usò questi poteri anziché la logica per prevalere su questi avversari e ciò ci dimostra che quando la mente degli altri non è aperta alla ragione, il modo migliore per convincerli della validità della nostra comprensione è di provare il nostro grado di realizzazione con le nostre azioni e con il nostro comportamento. In inglese c´è un proverbio che afferma: “Le azioni parlano più forte delle parole.”

La fondazione dell´ordine monastico femminile

In seguito, Buddha istituì una comunità di monache a Vaishali (tib. Yangs-pa-can). Acconsentì così alla richiesta della zia Mahaprajapati (tib. sKye-dgu’i bdag-mo chen-mo). Inizialmente era riluttante a fondare un tale ordine, ma decise che sarebbe stato possibile se le monache avessero osservato più voti dei monaci. Buddha non era del parere che le donne fossero più indisciplinate degli uomini o che avessero bisogno di un numero maggiore di voti. Piuttosto temeva che, fondando un ordine femminile, si sarebbe attirato una brutta reputazione e i suoi insegnamenti sarebbero spariti in modo prematuro. Buddha voleva anzitutto evitare di perdere il rispetto della comunità e per questo l´ordine delle monache doveva rimanere al riparo da ogni sospetto di comportamenti immorali.

In generale, però, Buddha era riluttante a formulare delle regole e accettava di sopprimere regole minori quando risultavano inutili. Il suo modo di agire illustra la dinamica delle due verità: la verità più profonda e, nondimeno, il rispetto della verità convenzionale in accordo alle usanze locali. Nella prospettiva della verità più profonda, la fondazione di un ordine femminile non comporta nessun problema. Tuttavia, per evitare che la gente di allora disprezzasse il Buddhismo, era necessaria l´introduzione di una serie di regole aggiuntive per le monache. Per quanto riguarda la verità più profonda, non importa quello che dice la società. Ma secondo la verità convenzionale, è importante che la comunità buddhista acquisti il rispetto e la fiducia della società. Oggigiorno, nelle società moderne, se ci fossero delle usanze buddhiste che gettano pregiudizi sulle monache, sulle donne in generale, o su qualsiasi minoranza, questo creerebbe una mancanza di rispetto verso il Buddhismo. Corrisponde allo spirito del Buddha di correggerle per adattarsi alle norme del tempo.

Dopotutto, la tolleranza e la compassione sono due caratteristiche fondamentali degli insegnamenti di Buddha. Per citare solo due esempi, Buddha incoraggiava i suoi nuovi discepoli che provenivano da altre comunità religiose di continuare a sostenere quelle comunità. E all´interno dell´ordine buddhista, diede istruzioni ai membri di occuparsi l´uno dell´altro. Se un monaco si ammalava, per esempio, era il compito degli altri monaci di occuparsi di lui, poiché facevano tutti parte della famiglia buddhista. Questo precetto è importante anche per tutti i buddhisti laici.

Il metodo didattico di Buddha

Buddha dava insegnamenti sia con l´esempio della sua vita, sia con le istruzioni verbali. E per le istruzioni verbali, usava due metodi, a seconda se parlava ad un gruppo o a un individuo. Ai gruppi, Buddha spiegava i suoi insegnamenti con discorsi, ripetendo spesso ogni punto con parole diverse in modo che i suoi ascoltatori potessero memorizzarli meglio. Quando invece dava istruzioni personali, spesso dopo un pranzo a casa di un laico che aveva invitato Buddha con i suoi monaci, usava un altro approccio. Non si opponeva mai all´opinione della persona. Piuttosto, adottava la posizione della persona e poneva domande che aiutavano la persona a chiarire il proprio modo di pensare. In questo modo, Buddha aiutò le persone a migliorare la propria posizione e di ottenere gradualmente una migliore comprensione della realtà. Un esempio è il modo in cui Buddha aiutò un orgoglioso membro della casta dei sacerdoti di Brahma a capire che la superiorità non deriva dalla casta in cui si nasce, ma dallo sviluppo delle buone qualità di una persona.

Un altro esempio è quello delle istruzioni che Buddha diede a una madre disperata perché aveva perso il bambino. Portò il cadavere di fronte al Buddha, implorandolo di riportarlo in vita. Buddha le disse di portargli un seme di mostarda da una casa in cui non era mai morto nessuno e che a quel punto avrebbe cercato di fare qualcosa. La donna s´incamminò, di casa in casa, ma non trovò nessuna famiglia dove non era mai morto nessun membro. Lentamente, capì che tutti dobbiamo morire. Così, riuscì a cremare il corpo del figlio con una maggiore pace mentale.

Il metodo con il quale Buddha insegnava ci dimostra che è meglio evitare conflitti quando si cerca di aiutare le persone con incontri individuali. L´approccio più efficace consiste ad aiutarli a usare la propria testa. Se invece ci sono dei gruppi di persone che desiderano ricevere gli insegnamenti, dobbiamo spiegare le cose in modo chiaro e diretto.

I complotti contro Buddha e lo scisma

Sette anni prima della morte di Buddha, il cugino geloso Devadatta (tib. Lhas-byin), cercò di prendere il posto di Buddha e diventare il capo dell´ordine. In modo simile, il principe Ajatashatru (tib. Ma-skyes dgra) cercò di rimpiazzare il padre, Bimbisara, come re del Magadha. Così, i due cospiratori unirono le loro forze. Ajatashatru cercò di assassinare Bimbisara e in seguito a questo, il re abdicò a favore del figlio. Vedendo il successo di Ajatashatru, Devadatta gli chiese di assassinare Buddha, ma tutti i loro tentativi di ucciderlo furono vani.

In seguito, Devadatta cercò di allontanare i monaci dal Buddha, pretendendo di essere ancora più “santo” del cugino. Così, propose una serie di regole più severe. Secondo Il sentiero della purificazione (Pali: Visuddhimagga) del maestro theravada Buddhaghosa, vissuto nel quarto secolo d.C., la proposta che Devadatta fece ai monaci includeva le regole seguenti:

  • indossare abiti fatti da pezze di stoffa,

  • indossare solo tre indumenti,

  • chiedere l´elemosina e non accettare mai di essere invitati per mangiare,

  • chiedere l´elemosina in tutte le case che si incontravano, senza saltarne una,

  • mangiare tutto quello che si era raccolto facendo l´elemosina in un´unica volta,

  • mangiare unicamente nella propria ciotola delle elemosine,

  • rifiutare tutti gli altri cibi,

  • vivere unicamente nei boschi,

  • vivere sotto gli alberi,

  • vivere all´aria aperta, e non nelle case,

  • trascorrere il proprio tempo soprattutto in luoghi con cadaveri in putrefazione,

  • essere soddisfatti in qualsiasi posto in cui ci si trova ed essere sempre in viaggio da un luogo a un altro,

  • dormire nella posizione seduta, non coricarsi mai per dormire.

Buddha disse che se i suoi monaci lo desideravano, potevano benissimo adottare queste regole addizionali; ma nessuno era obbligato a farlo. Tuttavia, un certo numero di monaci decisero di seguire Devadatta. Lasciarono la comunità di Buddha e formarono il loro ordine.

Nella scuola Theravada, le regole della disciplina di Devadatta sono chiamate “i tredici rami della pratica osservata” (Pali: dhutanga). La tradizione dei monaci della foresta, che esiste tuttora nella Tailandia attuale per esempio, sembra essere derivata da questa pratica. Il più famoso praticante di questa disciplina più severa era Mahakashyapa (tib. ‘Od-bsrung chen-po), un discepolo di Buddha. Molte di queste regole vengono anche osservate dai santi itineranti (sanscrito: sadhu) nella tradizione indù. La loro pratica sembra essere una continuazione della tradizione dei ricercatori spirituali, che ai tempi di Buddha vivevano come mendicanti itineranti.

Le scuole Mahayana hanno una lista simile di dodici caratteristiche della pratica osservata (tib. sbyangs-pa’i yon-tan, sanscrito: dhutaguna). Questa lista omette “chiedere l´elemosina in tutte le case che si incontravano, senza saltarne una,” aggiunge “indossare vesti che sono state buttate nella pattumiera,” e conta come una sola regola le istruzioni di “chiedere l’elemosina” e di “mangiare unicamente nella ciotola delle elemosine.” La tradizione indiana dei praticanti tantrici altamente realizzati (tib. grub-thob chen-po, sanscrito: mahasiddha), che si trova sia nel Buddhismo Mahayana che nell´Induismo, seguì molte di queste regole.

Il problema, quindi, non era il fatto di separarsi dalla tradizione buddhista preesistente per formare un altro ordine. In parole moderne, questo potrebbe corrispondere al fatto di fondare un centro di Dharma separato, e questo, di per sé, non è creare uno “schisma nella comunità monastica,” uno dei cinque crimini efferati (tib. mtshams-med lnga). Devadatta, invece, creò un tale scisma e commise tale crimine perché il gruppo che lo seguì nutriva dei sentimenti estremamente negativi verso la comunità monastica del Buddha e la criticava duramente. Secondo alcune versioni, l´odio generato da questo scisma durò addirittura alcuni secoli.

[Per una lista dei cinque crimini efferati vedi: I voti radice dei bodhisattva.]

L´episodio di questo scisma dimostra che Buddha era molto tollerante e non un fondamentalista. Andava bene se i suoi seguaci desideravano seguire un codice morale più severo di quello da lui proposto; e se non lo desideravano, andava pure bene. Nessuno era obbligato a praticare quello che Buddha insegnava. Andava bene anche se un monaco o una monaca lasciava l´ordine monastico. Un comportamento estremamente distruttivo, invece, consiste nel dividere la comunità buddhista, particolarmente quella monastica, creando due o più gruppi tra i quali esiste odio l’uno verso l’altro, con un gruppo che cerca di gettare discredito all’altro o causare dei danni. Anche il fatto di aderire a uno di questi gruppi ostili dopo lo scisma e di partecipare al discredito dell´altro gruppo con parole piene di odio è veramente dannoso. Tuttavia, se uno di questi gruppi s´impegna in azioni distruttive o pratica una disciplina dannosa, è un atto di compassione avvertire le persone che sarebbe pericoloso aderire a questo gruppo. Ma la motivazione non deve mai essere mista alla rabbia, all’odio o al desiderio di vendicarsi.

La morte di Buddha

Poiché aveva ottenuto l´illuminazione, Buddha non era più soggetto all´esperienza di una morte ordinaria, incontrollata. Malgrado ciò, all´età di ottantun anni, Buddha decise che sarebbe stato di beneficio dimostrare l´impermanenza ai suoi seguaci e di lasciare il corpo. Tuttavia, prima, diede l´opportunità al suo attendente Ananda (tib. Kun-dga’-bo) di fare la richiesta di vivere ed insegnare più a lungo; ma Ananda non comprese l´indicazione che Buddha gli stava dando. Questo ci dimostra che un Buddha insegna solo quando gli è richiesto. Se nessuno lo richiede o è interessato agli insegnamenti, parte e se ne va altrove, dove può essere di maggior beneficio. La presenza di un maestro e degli insegnamenti dipende dagli studenti.

Così, a Kushinagara (tib. Ku-sha’i grong-khyer, gNas rtsva-mchog), nella casa di Chunda, Buddha si ammalò mortalmente dopo aver mangiato del cibo che questo benefattore aveva offerto a lui e a un gruppo di monaci. Prima di morire, Buddha disse ai suoi monaci che in caso di dubbi o di domande non risolte, avrebbero trovato la risposta nei suoi insegnamenti e nella loro disciplina etica: d´ora in poi, sarebbero stati questi il loro maestro. Così, Buddha dette l´indicazione che ogni persona deve capire le cose per se stesso in base agli insegnamenti: non ci sarebbe stata un´autorità assoluta che avrebbe dato tutte le risposte. Poi, Buddha morì.

Chunda era completamente distrutto e pensava di aver avvelenato il Buddha. Ma Ananda consolò questo laico dicendogli che invece, offrendo l´ultimo pasto a Buddha, aveva accumulato molta forza positiva o “merito”.

Buddha fu cremato e le sue ceneri furono conservate in degli stupa (monumenti che contengono reliquie), soprattutto nei luoghi che divennero le quattro mete principali di pellegrinaggio del Buddhismo:

  • Lumbini, dove Buddha nacque,

  • Bodh Gaya, dove raggiunse l´illuminazione,

  • Sarnath, dove diede il suo primo insegnamento del Dharma,

  • Kushinagara, dove morì.

Conclusione

Varie tradizioni buddhiste trasmettono diverse versioni della vita di Buddha. Le differenze indicano la concezione specifica che ognuna di queste tradizioni ha di un Buddha e di quello che possiamo imparare dal suo esempio.

  • Le versioni Hinayana parlano soltanto del Buddha storico. Ci raccontano come Buddha s’impegnò intensamente per ottenere l´illuminazione, e così impariamo anche noi ad impegnarci.

  • Secondo le versioni generali del Mahayana, Buddha aveva già ottenuto l’illuminazione molti eoni fa. Manifestando una vita con dodici azioni illuminate, c’insegna che l´illuminazione comporta lavorare per sempre per il beneficio di tutti.

  • Nelle versioni dell´anuttarayoga tantra, Buddha si manifestò simultaneamente in due forme: come Shakyamuni insegnando I sutra sulla consapevolezza discriminante di vasta portata (I sutra della Prajnaparamita) e come Vajradhara insegnando i tantra. Questo indica che la pratica del tantra si basa pienamente sugli insegnamenti Madhyamaka della vacuità.

In questo modo, ogni versione della biografia di Buddha ci può insegnare tante cose utili e ci può ispirare a molti livelli.