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La vita del Buddha ricostruita in base al Canone pali

Alexander Berzin, Agosto 2010
Traduzione italiana a cura di Julian Piras

La vita del Buddha storico emerge in vari strati della letteratura classica buddhista. La versione più antica non appare in un unico testo, ma può essere ricostruita tramite gli episodi che sono stati registrati nei sutta in lingua pali (sanscrito: sutra) e nella letteratura vinaya della tradizione Theravada. In seguito, questi brevi resoconti dei testi più antichi sono stati abbelliti ed ampliati con tanti elementi, a volte sovrumani, negli scritti delle tradizioni Mahasanghika, Sarvastivada e Mahayana. Tuttavia, le descrizioni originali che emergono dalla letteratura pali, raffigurano una persona molto umana che visse in tempi difficili e insicuri e che dovette affrontare tante sfide e difficoltà, sia al livello personale, sia nella sua comunità monastica. In quest’articolo abbozzeremo le grandi linee di questa versione più antica della vita di Buddha, basandoci sulla ricerca accademica che Stephen Batchelor presenta nella sua opera Confessioni di un Ateo Buddhista. Tutti i nomi saranno citati nella loro versione pali.

Buddha nacque nel 566 a.C. nel parco di Lumbini (tib. Lumbi-na’i tshal), nel sud del Nepal attuale. Questo parco non si trovava troppo lontano da Kapilavatthu (tib. Ser-skya’i gnas, sanscrito: Kapilavastu), la capitale di Sakiya (tib. Sha-kya, sanscrito: Shakya). Il suo nome personale Siddhattha (tib. Don-grub, sanscrito: Siddhartha) non appare nel Canone pali; tuttavia, per praticità, lo useremo in quest’articolo. Infatti, Gotama (tib. Gau-ta-ma, Sanscrito: Gautama), un altro nome che è spesso usato per riferirsi al Buddha, era il nome del suo clan.

Il padre di Siddhattha, Suddhodana (tib. Zas tsang-ma, sanscrito: Shuddhodana) non era un re, come descritto nella letteratura buddhista successiva. Piuttosto, si trattava di un nobile del clan Gotama, che aveva forse l´incarico di governatore regionale nello stato di Sakiya. Il Canone pali non cita il nome della madre, ma fonti sanscrite successive la identificano come Maya-devi (tib. Lha-mo sGyu-‘phrul-ma). La madre di Siddattha morì poco dopo la sua nascita e fu Pajapati (tib. sKye-dgu’i bdag-mo chen-mo, sanscrito: Mahaprajapati), la sorella della madre, a occuparsi di lui. Secondo l´usanza dei tempi, suo padre la sposò.

Sakiya era un´antica repubblica, ma ai tempi della nascita di Siddhattha faceva parte del potente regno di Kosala (tib. Ko-sa-la, sanscrito: Koshala). Kosala si estendeva dalla riva nord del Gange nell´odierno Bihar fino alle colline pedemontane dell´Himalaya. La sua capitale era Savatthi (tib. gNyan-yod, sanscrito: Shravasti).

Una breve descrizione della geografia dei luoghi più importanti nei quali visse il Buddha ci permetterà di seguire meglio la sua biografia. Sakiya si trovava nella parte orientale di Kosala, e la provincia di Malla (tib. Gyad-kyi yul, sanscrito: Malla) a sud-est di Sakiya. A est di Malla si trovava la repubblica di Vajji (sanscrito: Vrji) con la capitale Vesali (tib.Yangs-pa-can, sanscrito: Vaishali). La repubblica di Vajji era governata da una confederazione di clan; il più famoso tra di essi era il clan dei Licchavi (tib. Li-ccha-bi, sanscrito: Licchavi). A sud di Vajji e di Kosala, sull´altra sponda del Gange, si trovava il potente regno di Magadha (tib. Yul Ma-ga-dha, sanscrito: Magadha), la cui capitale era Rajagaha (tib. rGyal-po’i khab, sanscrito: Rajagrha). A ovest di Kosala, nell´odierno Punjab pakistano, si trovava Gandhara (tib. Sa-‘dzin, sanscrito: Ghandhara), una satrapia dell´impero degli Achemenidi persiani. Nella sua capitale Takkasila (tib. rDo-‘jog, sanscrito: Takshashila) si trovava la più famosa università di quei tempi. In quest´istituzione, le idee e le culture greche e persiane si mischiavano con quelle indiane dell’epoca.

Kapilavatthu, la grande città nella quale Siddhattha sarebbe cresciuto, si trovava sulla strada commerciale più importante di quei tempi. Verso ovest, la Via del Nord collegava Kosala a Gandhara, e continuando attraverso Sakiya, Malla e la repubblica di Vajji, arrivava fino a Magadha, nel sud. Il Canone pali ci dice molto poco sulla vita di Siddhattha Gotama prima dei suoi ventinove anni. Tuttavia, è probabile che sia stato esposto a molte culture. È addirittura possibile che abbia studiato a Takkasila, benché questo non possa essere stabilito con certezza.

Siddhattha sposò Bhaddakaccana, che nella letteratura sanscrita è conosciuta con il nome di Yoshodhara (tib. Grags ‘dzin-ma). Si trattava della cugina di Siddhattha e della sorella di Devadatta (tib. Lhas-byin, sanscrito: Devadatta) che sarebbe più tardi diventato il principale rivale del Buddha. Ebbero un figlio, Rahula (tib. sGra-gcan ‘dzin, sanscrito: Rahula). Poco dopo la nascita del figlio, Buddha lasciò Kapilavatthu all´età di ventinove anni e partì verso Magadha, alla ricerca della verità spirituale. Seguendo la Via del Nord e attraversando il Gange, alla fine arrivò a Rajagaha. A quel tempo nel Magadha regnava il re Bimbisara (tib. gZugs-can snying-po) e nel Kosala il re Pasenadi (tib. rGyal-po gSal-rgyal, sanscrito: Prasenajit). Come parte dell´alleanza tra il Kosala e il Magadha, i due re si erano scambiati le rispettive sorelle per sposarle. Il nome della sorella del re Pasenadi era Devi (tib. Lha-mo, Sanscrito: Devi).

Arrivato nel Magadha, Siddhattha studiò nelle comunità di due maestri: Alara Kalama (sanscrito: Arada Kalama) e Uddaka Ramaputta (sanscrito: Udraka Ramaputra). Questi maestri della tradizione brahmanica gli insegnarono a realizzare due tipi di concentrazione assorta: una sul nulla e l´altra su non fare distinzioni né non fare distinzioni. Tuttavia, Siddhattha non fu soddisfatto da queste realizzazioni e lasciò questi maestri. Si sottomise poi ad austerità estreme, non mangiando praticamente più niente. Ma realizzò di nuovo che questa pratica non portava all´illuminazione. Così, smise di digiunare e si recò nella località poco distante di Uruvela (tib. lDeng-rgyas, sanscrito: Urubilva), l´odierna Bodh Gaya, dove a trentacinque anni raggiunse l´illuminazione sotto l´albero del bodhi. Questo accadde sei anni dopo il suo arrivo nel Magadha.

Dopo aver raggiunto l´illuminazione, andò verso ovest, a Migadaya (tib. Ri-dvags-kyi gnas, sanscrito: Mrgadava), il Parco dei Cervi, vicino a Isapatana (tib. Drang-srong lhung-ba, sanscrito: Rshipatana), l´odierna Sarnath, nei dintorni di Varanasi. Sebbene a nord del fiume Gange, il re Pasenadi aveva ceduto quest’area a Magadha come parte della dote per il matrimonio della sorella con il re Bimbisara. Buddha trascorse la stagione delle piogge nel Parco dei Cervi, con i suoi cinque compagni. In breve tempo, attirò un piccolo gruppo di seguaci e Buddha cominciò ad occuparsi di questa comunità che praticava il celibato.

Un membro del clan dei Licchavi, il nobile Mahali di Vesali, sentì parlare di Buddha e suggerì al re Bimbisara d’invitarlo nel Magadha. Così, dopo le piogge monsoniche, Buddha e la sua comunità in crescita si misero in cammino verso est, fino al Magadha, dove raggiunsero la capitale Rajagaha. Il re Bimbisara fu impressionato dagli insegnamenti di Buddha e gli fece dono di un parco che non era più usato, il “Veluvana” (tib. ‘Od-ma’i tshal, Sanscrito: Venuvana), ossia il “Boschetto di Bambù” dove Buddha poteva trascorrere la stagione delle piogge con la sua comunità.

Poco dopo, i due principali discepoli di un guru locale, Sariputta (tib. Sha-ri’i bu, sanscrito: Shariputra) e Moggallana (tib. Mo’u dgal-gyi bu, sanscrito: Maudgalyayana) s’unirono alla comunità del Buddha. Più tardi, sarebbero diventati i suoi più stretti discepoli. Sariputta chiese a Buddha di formulare dei voti per la comunità monastica in crescita e il re Bimbisara suggerì alla comunità di adottare alcune usanze che altri gruppi spirituali mendicanti praticavano, come gli Giainisti. Più specificamente, suggerì di tenere assemblee quattro volte al mese (tib. gso-sbyong, sanscrito: uposhadha) per discutere gli insegnamenti. Il Buddha accettò.

Un giorno, Anathapindika (tib. dGon-med zas-sbyin, sanscrito: Anathapindada), un ricco banchiere di Savatthi, la capitale del Kosala, venne a Rajagaha per fare affari. Impressionato dal Buddha, gli propose un luogo in cui trascorrere la stagione delle piogge a Savatthi, la capitale del re Pasenadi. Poco dopo, il Buddha e la sua comunità di monaci si trasferirono nel Kosala; ma passarono molti anni prima che Anathapindika fu in grado di offrire loro un luogo adatto per soggiornare.

In questo periodo, Buddha tornò a visitare la sua famiglia a Kapilavatthu. Suo padre, Suddhodana, divenne rapidamente un suo discepolo e suo figlio di otto anni, Rahula, entrò a far parte dell´ordine monastico come novizio. Negli anni seguenti, una serie di altri nobili di Sakiya vennero a far parte anch´essi della comunità. Fra loro vi erano i cugini di Buddha Ananda (tib. Kun dga’-bo, sanscrito: Ananda), Anuruddha (tib. Ma-‘gag-pa, sanscrito: Anuruddha) e Devadatta, e il fratellastro Nanda (tib. dGa’-bo, Sanscrito: Nanda). Nanda era anche noto come “Sundarananda” (tib. mDzes-dga’, sanscrito: Sundarinanda), “Nanda il bello.”

La zia e matrigna di Buddha, Pajapati, chiese di poter anche lei entrare a far parte della comunità che stava crescendo rapidamente, ma inizialmente Buddha rifiutò. Pajapati non si fece scoraggiare: si rasò la testa, si vestì di giallo e, con un grande gruppo di altre donne, si mise a seguire il Buddha, nonostante il suo rifiuto. Pajapati continuò a richiedere l’ordinazione da parte di Buddha, ma egli rifiutò una seconda e una terza volta. Finalmente, alcuni anni prima della morte di Buddha, Ananda fece da mediatore a favore di Pajapati richiedendo di nuovo l’ordinazione e Buddha finalmente accettò di ordinare le donne. Questo fatto accadde a Vesali, nella repubblica di Vajji, e segnò l´inizio dell´ordine delle monache nel Buddhismo.

Anathapindika era noto per la sua grande generosità. Alcuni anni dopo il ritorno di Buddha a Kosala, per una cifra colossale in oro, comprò un parco a Savatthi, chiamato “Jetavana” (tib. rGyal-byed-kyi tshal, Sanscrito: Jetavana), “il Boschetto di Jeta,” dove fece costruire una lussuosa residenza per la stagione delle piogge che offrì a Buddha e ai suoi monaci. Circa vent’anni dopo la sua illuminazione, Buddha istituì l´usanza di organizzare un ritiro formale nella stagione delle piogge (tib. dbyar-gnas, Skt, varshaka) per la comunità monastica. In quel periodo, ogni anno, i monaci sarebbero rimasti in un luogo per tutti i tre mesi del periodo monsonico. Non avrebbero vagabondato come facevano durante il resto dell`anno. In tutto Buddha trascorse diciannove ritiri della stagione delle piogge nel Boschetto di Jeta, e vi diede 844 dei suoi insegnamenti. Anathapindika continuò a essere un grande mecenate della comunità monastica di Buddha, ma verso la fine della sua vita fece bancarotta.

Pasenadi, il re del Kosala, incontrò Gotama Buddha nel Boschetto di Jeta quando Buddha aveva una quarantina d’anni. Il re rimase fortemente impressionato da Buddha. In seguito, anche Pasenadi divenne uno dei suoi mecenati e seguaci. Tuttavia, la relazione di Buddha con il re Pasenadi rimase sempre molto delicata. Il re era un intellettuale, un mecenate degli studi. Ma era anche un edonista e una persona spesso molto crudele. Così, per esempio, spinto dalla paranoia, fece uccidere Bandhula, un suo amico proveniente dal Malla e il comandante della sua armata. Poi, pieno di rimorsi, nominò Karayana, il nipote di Bandhula, come nuovo capo delle truppe. Molti anni dopo, il generale Karayana depose Pasenadi dal trono per vendicare l’uccisione dello zio. Buddha, dal suo canto, tollerava le bizzarrie e l’umore cangiante del re, sicuramente perché aveva bisogno di lui per proteggere la sua comunità dai briganti e dalle bestie feroci, e perché aveva bisogno dell´accesso a mecenati benestanti che avrebbero potuto sostenerlo.

Il re Pasenadi aveva bisogno di un erede al trono per continuare la sua dinastia. Sembra che la sua prima moglie, la sorella del re Bimbisara del Magadha, non gli avesse dato figli. Perciò, il re prese una seconda moglie, Mallika (tib. Ma-li-ka, sanscrito: Mallika), una bellissima seguace del Buddha, che tuttavia proveniva da una casta inferiore. I preti bramini della corte reale erano scandalizzati dalla sua bassa provenienza. Mallika ebbe una figlia, Vajiri (tib. rDo-rje-ma, sanscrito: Vajri), dal re Pasenadi.

Così il re decise che per avere un figlio, avrebbe preso una terza moglie. Sposò Vasabha, la figlia di Mahanama (tib. Ming-chen, sanscrito: Mahanama), un cugino del Buddha che era diventato il governatore di Sakiya dopo la morte del padre di Buddha. Mahanama era il fratello dei discepoli stretti di Buddha, Ananda e Anuruddha. Mahanama fece passare Vasabha per una nobile, ma in realtà era una figlia illegittima che aveva avuto con una schiava. Vasabha diede finalmente il figlio tanto sperato al re Pasenadi, Vidadabha. Ma la sua posizione come erede al trono di Kosala era precaria a causa dell’inganno nascosto al re riguardo la vera discendenza della madre. Quest’inganno mise anche il Buddha in una posizione difficile, perché era un parente di Vasabha.

Vidadabha non sapeva di essere illegittimo. All´età di sedici anni, andò a visitare per la prima volta il paese di Sakiya e suo nonno Mahanama. Mentre si trovava lì, Karayana, il comandante dell´armata di Pasenadi, venne a conoscenza delle vere origini della madre di Vidadabha. Quando il capo dell´armata riferì al re Pasenadi che suo figlio era il nipote illegittimo di una schiava, il re s’infuriò contro gli Sakiya. Tolse alla moglie e al figlio i titoli reali e li ridusse in schiavitù. Buddha fece da mediatore a loro favore e il re alla fine li riaccettò nella loro posizione reale.

Dopo quest’evento, tuttavia, la posizione di Buddha nel Kosala divenne insicura. All´età di settant´anni, per la prima volta, tornò nel Magadha e nella sua capitale Rajagaha. Lì, soggiornò nel boschetto di mango del medico di corte Jivaka (tib. ‘Tsho-byed, sanscrito: Jivaka), e non nel “Boschetto di Bambù” del re. Questo fatto indica forse che in quel periodo Buddha era già malato.

Nel settantaduesimo anno di vita del Buddha, il suo primo mecenate, il re Bimbisara del Magadha, dovette abdicare a favore del figlio Ajatasattu (tib. Ma-skyes dgra, sanscrito: Ajatashatru). Ajatasattu imprigionò suo padre e lo fece morire di fame. Devi, la vedova di Bimbisara e sorella del re Pasenadi, morì di dolore. Per vendicare la sua morte, Pasenadi scatenò una guerra contro il nipote Ajatasattu e cercò di riconquistare i villaggi intorno a Varanasi, a nord del fiume Gange, che aveva offerto a Bimbisara come parte della dote di Devi. La guerra non ebbe vincitori e per assicurare la pace, Pasenadi fu obbligato a dare sua figlia Vajiri in sposa ad Ajatasattu.

In questo periodo il cugino di Buddha, Devadatta, che era diventato il maestro di Ajatasattu, cercò di avere il controllo dell´ordine monastico di Buddha. Devadatta cercò di convincere Buddha d’imporre ai monaci una serie di regole disciplinari aggiuntive: per esempio di vivere nei boschi, di dormire solo sotto gli alberi, di non entrare nelle case dei laici, d’indossare soltanto stracci, di non accettare nuove vesti offerte in regalo e di essere strettamente vegetariani. Buddha rifiutò perché temeva che queste regole avrebbero reso il suo ordine troppo ascetico, isolandolo dalla società. Ma Devadatta sfidò l´autorità del Buddha. Molti giovani monaci furono attratti dalle sue idee. Così, Devadatta creò uno scisma, formando una comunità di monaci rivale. Infatti, cercò più volte di assassinare il Buddha, ma senza successo. Alla fine, Sariputta e Moggallana convinsero i monaci che avevano lasciato la comunità di Buddha a tornare sui loro passi.

Sembrerebbe che Devadatta abbia rimpianto il suo comportamento, ma morì prima di poter chiedere perdono al Buddha. In ogni caso, Buddha non si arrabbiò mai e non ebbe mai sentimenti negativi verso di lui. Anche il re Ajatasattu rimpianse d’avere ammazzato il padre. Seguendo il consiglio di Jivaka, il medico di corte, Ajatasattu ammise apertamente il suo patricidio davanti al Buddha e si pentì del suo atto.

Circa un anno più tardi, Buddha si recò ancora una volta nella regione di Sakiya, dov´era nato. Il re Pasenadi di Kosala lo raggiunse per presentargli i suoi omaggi. Approfittando dell’assenza del re, il generale Karayana fece un colpo di stato e mise il principe Vidadabha sul trono del Kosala. Il re Pasenadi che era stato deposto non sapeva più dove andare. Fuggì a Rajagaha, la capitale del Magadha, per cercare protezione dal nipote e genero, il re Ajatasattu. Ma non gli fu accordato il permesso di entrare in città. Il giorno dopo, Pasenadi fu trovato morto.

Intanto, il nuovo re del Kosala, Vidudabha, iniziò una guerra contro Sakiya. Voleva vendicarsi dell´inganno con il quale il nonno Mahanama aveva nascosto le sue vere origini. Come ricorderete, Mahanama era cugino di Buddha e l´attuale governatore di Sakiya. Buddha cercò per tre volte a convincere il re di rinunciare all´attacco, ma senza successo. Le truppe del Kosala avevano ricevuto l´ordine di massacrare tutti gli abitanti di Kapilavatthu, la capitale del Sakiya. Non essendo in grado d’impedire il massacro, Buddha fuggì verso Rajagaha nel Magadha, per cercare di ottenere la protezione del re Ajatasattu, come aveva fatto prima di lui Pasenadi, senza successo.

La strada per arrivare nel Magadha attraversava la repubblica di Vajji, dove Sariputta, il discepolo più stretto di Buddha, lo stava aspettando nella capitale Vesali. Lì, tuttavia, un suo ex-assistente, chiamato Sunakkatta (tib. Legs-pa’i rgyu-skar, sanscrito: Sunakshatra), un nobile originario di Vesali che era tornato alla vita laica e aveva lasciato la comunità buddhista, discreditò Buddha davanti al parlamento di Vajji. Disse che il Buddha non possedeva alcun potere sovrumano e che insegnava meramente in base alla logica come porre fine ai propri desideri bramosi, ma non come si potevano raggiungere stati trascendenti. Buddha lo prese come un complimento. Ma quest’accusa, alla quale si aggiunse forse il fatto che aveva fondato un ordine di monache in quel periodo, fece sì che Buddha perse il supporto e la considerazione che aveva avuto nel Vajji. Di conseguenza, Buddha attraversò il Gange e si recò a Rajagaha, fermandosi lì vicino, nelle grotte sul Gijjhakuta (tib. Bya-rgod-kyi phung-po, sanscrito: Grdhrakuta), il Picco dell´Avvoltoio.

Vassakara, il primo ministro del re Ajatasattu, venne a visitare il Buddha. Lo informò che Ajatasattu intendeva espandere il suo reame invadendo la repubblica di Vajji. Buddha cercò di dissuadere il re, dicendogli che gli abitanti di Vajji non potevano essere sconfitti con la forza, ma che avrebbero continuato a seguire le loro onorevoli tradizioni. Tuttavia, non fu in grado d’impedire la guerra imminente, come non aveva potuto fermare l’invasione del Sakiya da parte del Kosala. In questo periodo, si aggiunse un’altra perdita: Sariputta e Moggallana, i due discepoli più stretti del Buddha, morirono. Sariputta, che era già anziano, morì per una malattia e Moggallana fu picchiato a morte da banditi mentre faceva un ritiro solitario.

Buddha non aveva trovato né simpatia né supporto nel Magadha. Così, decise di andare ancora una volta a nord – probabilmente per tornare al suo paese natale di Sakiya, forse per vedere che cos’era rimasto dopo l´attacco del Kosala. Prima d’incamminarsi, Buddha chiese ad Ananda di radunare tutti i monaci sul Picco dell´Avvoltoio, perché voleva dare loro il suo ultimo consiglio. Diede istruzioni di organizzare la comunità monastica secondo l´esempio del sistema democratico del parlamento di Vajji e gli consigliò d’incontrarsi regolarmente in assemblee, di vivere in armonia, di condividere le loro elemosine e di rispettare chi era più anziano.

Poco dopo, Buddha lasciò il Picco dell´Avvoltoio e il Magadha. Si fermò a Vesali, nella Repubblica di Vajji, per passarvi il ritiro della stagione delle piogge. La società di questo stato era in preda a una profonda decadenza, nonostante il pericolo imminente di una guerra. Poiché aveva perso il favore del parlamento di Vajji, Buddha trascorse il periodo monsonico da solo e disse ai suoi monaci di farsi ospitare dai loro amici o dai loro sostenitori.

Durante le piogge monsoniche, Buddha, che aveva ottantun anni, si ammalò gravemente ed era vicino alla morte. Ananda gli chiese di dare un ultimo consiglio ai monaci. Buddha disse che aveva già insegnato tutto quello che sapeva e che nel futuro sarebbero stati gli insegnamenti stessi il loro rifugio principale e la fonte di una direzione sicura. Per ottenere la liberazione dalla sofferenza, avrebbero dovuto integrare gli insegnamenti dentro loro stessi, senza dipendere da un leader o da una comunità per essere salvati. Poi annunciò che sarebbe morto presto.

Dopo la fine delle piogge, con i suoi cugini e discepoli Ananda e Anuruddha, Buddha si mise ancora una volta in cammino. Dirigendosi verso Sakiya, si fermarono a Pava, una delle due città principali di Malla. Lì, un fabbro chiamato Chunda (tib. Tsu-nda, sanscrito: Cunda) gli servì un piatto di maiale avvelenato. Buddha ebbe un presentimento e chiese ai suoi cugini di non mangiare il maiale. Piuttosto, lo mangiò da solo e disse loro di seppellire il resto. Malla era la patria del generale Karayana, lo stesso che aveva condotto il massacro a Sakiya. È possibile che Chunda abbia voluto avvelenare soprattutto Ananda, famoso per aver memorizzato tutti gli insegnamenti di Buddha. Se Ananda fosse stato ucciso, gli insegnamenti di Buddha e la sua comunità non sarebbero mai sopravvissuti.

Per via del veleno, Buddha fu afflitto da una diarrea che gli fece perdere molto sangue. Chiese ad Ananda di portarlo nella città poco distante di Kusinara (tib. Ku-sha’i grong-khyer, gNas-rtsva-mchog, sanscrito: Kushinagara). Lì, sdraiato in un letto tra due alberi, Buddha chiese ai pochi monaci che erano con lui se avevano altre domande o dubbi. Sopraffatti dalla tristezza, Ananda e gli altri rimasero in silenzio. Poi, Buddha morì. Aveva ottantun anni e correva l’anno 485 a.C.

Poco prima della cremazione del corpo di Buddha, un gruppo di monaci arrivò da Pava. Erano condotti da Mahakassapa (tib. ‘Od-srung chen-po, sanscrito: Mahakashyapa). Egli fece pressioni per non avviare la cremazione finché non avrebbero presentato gli ultimi omaggi al Buddha. Mahakassapa era un bramino del Magadha che era diventato un monaco da anziano, alcuni anni prima. Al loro primo incontro, Buddha gli diede il suo vecchio abito usato in cambio delle nuove vesti che il bramino gli offrì. Più tardi, il fatto che Buddha gli aveva offerto il suo abito fu interpretato come la trasmissione della sua autorità e l’inizio del lignaggio di patriarchi buddhisti.

Tuttavia in varie occasioni Buddha aveva affermato esplicitamente ai suoi discepoli che dopo la sua morte, il Dharma stesso sarebbe stato il loro maestro. Voleva che la sua comunità seguisse l´esempio del sistema parlamentare di Vajji. Non intendeva seguire il modello dei regni di Kosala e Magadha, con un unico monaco a capo di tutta la comunità.

Nonostante questo, dopo la morte di Buddha, sembra esserci stata una lotta per il potere tra Mahakassapa e Ananda. In altre parole, si trattava di un conflitto tra un sistema tradizionale indiano nel quale il potere autocratico era trasmesso dal maestro a un discepolo e tra un sistema più democratico ed egualitario costituito in piccole comunità di monaci mendicanti, che seguivano insieme una serie di principi e di pratiche comuni. Il vincitore fu Mahakassapa.

Buddha fu cremato e le sue reliquie furono distribuite. Mahakassapa propose di tenere un concilio a Rajagaha nel prossimo periodo delle piogge per ricordare, confermare e codificare quello che Buddha aveva insegnato. I monaci accettarono. Sarebbe stato Mahakassapa a scegliere chi tra gli anziani avrebbe potuto partecipare al consiglio. Scelse soltanto degli arhat, ossia praticanti che avevano ottenuto la liberazione. Il loro numero era 499. Inizialmente, Mahakassapa non incluse Ananda, perché egli non era ancora diventato un arhat. Mahakassapa lo escluse benché Ananda fosse il discepolo che aveva memorizzato i discorsi di Buddha meglio di tutti. Inoltre, Ananda era un difensore molto esplicito del desiderio espresso da Buddha che il suo ordine non avesse un solo leader. Un altro fattore che potrebbe aver contribuito all’antipatia nutrita da Mahakassapa nei confronti di Ananda è che fu proprio Ananda a convincere il Buddha a concedere l´ordinazione delle donne. Questo potrebbe aver offeso Mahakassapa, che proveniva da un ambiente bramino conservatore. Finalmente, però, i monaci anziani protestarono per via dell´esclusione di Ananda. Mahakassapa si arrese e permise ad Ananda di partecipare. Secondo la narrazione Theravada, Ananda raggiunse lo stato di arhat la notte prima del concilio.

Mentre stava aspettando l´inizio del concilio, Ananda incontrò Vassakara (tib. dByar-gyi rnam-pa, sanscrito: Varshakara), il primo ministro del re Ajatasattu. Costui informò Ananda che le truppe del Maghada non si stavano soltanto accingendo a invadere la repubblica di Vajji. Si stavano ugualmente preparando a difendersi da un probabile attacco da parte del re Pajjota (tib. Rab-gsal, sanscrito: Pradyota) di Avanti (tib. A-banti’i yul, sanscrito: Avanti), il regno a ovest del Magadha. In questo contesto storico insicuro e pieno di pericoli, l’ascesa al ruolo di leader di Mahakassapa contribuì sicuramente a far sopravvivere gli insegnamenti e la comunità monastica del Buddha, benché lui stesso non avesse voluto che la sua comunità fosse condotta da un lignaggio di patriarchi.

Cinquecento arhat parteciparono a questo primo concilio buddhista a Sattipanniguha (tib. Lo-ma bdun-pa’i phug, sanscrito: Saptaparnaguha), la Grotta dei Sette Fogli, vicino a Rajagaha. Mahakassapa presiedette il concilio, Ananda recitò a memoria la maggior parte dei sutta e Upali (tib. Nye-bar ‘khor, sanscrito: Upali) recitò le regole della disciplina monastica del vinaya. Secondo la versione Theravada di questo concilio, gli insegnamenti dell´abhidhamma (tib. chos mngon-pa, sanscrito: abhidharma), che riguardano i “temi speciali della conoscenza,” non furono recitati in quest´occasione. Nella tradizione Sarvastivada, invece, la versione Vaibhashika narra che Mahakassapa recitò alcuni insegnamenti dell´abhidhamma, ma non tutti. Ma secondo il punto di vista del Sautrantika, questi insegnamenti dell’abhidharma non erano veramente parole del Buddha, ma furono piuttosto composti da sette arhat.

Secondo le tradizioni tibetane, Mahakassapa iniziò un lignaggio di sette patriarchi (tib. bstan-pa’i gtad-rabs bdun). Secondo la tradizione Chan cinese, che è seguita dalla tradizione son coreana e dalla tradizione zen giapponese, vi furono ventotto patriarchi in India. Il ventottesimo fu Bodhidharma, il maestro indiano che portò gli insegnamenti Chan in Cina. Nell´Asia orientale, è considerato il primo patriarca Chan.

In sintesi, la letteratura Pali della tradizione Theravada raffigura il Buddha come un leader carismatico, quasi tragico, che combatte per fondare e sostenere la comunità in crescita dei suoi discepoli e dei suoi seguaci, in circostanze estremamente difficili. Dovette affrontate intrighi politici, varie guerre, l’eccidio del suo popolo, una denuncia della sua persona davanti a un governo, la contestazione della sua leadership da parte di un gruppo di seguaci, l’assassinio di uno dei suoi più stretti discepoli e, alla fine, la sua morte per avvelenamento. Malgrado tutte queste prove, Buddha mantenne la sua pace interiore e non si scoraggiò. Nei quarantasei anni che trascorse insegnando dopo aver raggiunto l´illuminazione, non smise mai di mostrare al mondo il modo in cui si possono raggiungere la liberazione e l’illuminazione.