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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Suggerimenti relativi ai centri di Dharma presenti all'estero

Alexander Berzin
Dharamsala, India, 18 Agosto 1987
Traduzione in italiano a cura di Benedetta Lanza

Il 18 Agosto 1987, durante un colloquio privato con la Sua Suprema Presenza, Sua Santità il Dalai Lama, a Dharamsala, ho riferito a Sua Santità circa il mio giro di conferenze in ventiquattro paesi durato quindici mesi, recentemente concluso. Ho presentato vari suggerimenti sulle politiche operative dei centri di Dharma buddhisti in paesi stranieri. Sua Santità ha indicato che sarebbe utile trasmettere questi consigli direttamente alle varie parti interessate in questi paesi. Quindi, vorrei presentare le seguenti osservazioni e suggerimenti:

(1) Il futuro del Buddhismo tibetano non risiede nelle mani degli stranieri, ma in quelle della giovane generazione di tibetani. Dal momento che così poco della tradizione è stato tradotto e così pochi stranieri hanno il tempo libero per dedicarsi al cento per cento nella tradizionale formazione di Dharma in lingua tibetana, non saranno gli stranieri coloro che potranno avere la capacità di portare avanti e trasmettere i lignaggi e le iniziazioni, o dare la formazione o gli insegnamenti più completi nel prossimo futuro. Quindi se ogni centro di Dharma ha un gheshe o un lama residente ed un traduttore o aspira ad averli, e se questi hanno i più alti titoli, da ciò risulterà una preoccupante fuga di cervelli. Dal momento che la maggior parte degli stranieri sono troppo occupati per poter dedicare più di un paio di sessioni a settimana ai centri di Dharma, il tempo dei gheshe e dei lama è per lo più sprecato, mentre i monaci in molti monasteri indiani restano privi di un adeguato supporto didattico. Come risultato, il Buddhismo tibetano di alta qualità verrà perduto nella prossima generazione.

Quindi suggerisco che i centri di Dharma formino gruppi geografici e che all'incirca dai quattro ai sei di essi condividano un gheshe o lama ed un traduttore. I gheshe e così via non dovrebbero vivere in un centro fino a quando questi non siano ben stabiliti, altrimenti il loro tempo andrebbe sprecato. Questi insegnanti potrebbero far ruotare la loro residenza tra i centri, ad esempio un mese in ciascuno di essi, in modo da visitare ogni centro due o tre volte l'anno. Quando gli insegnanti sono sempre disponibili, spesso la loro presenza è data per scontata e la frequenza può essere bassa, visto che la vita degli studenti è così occupata da altri impegni. Se gli insegnanti vengono solo un mese alla volta, dal momento che questo sarebbe un periodo speciale, gli studenti potrebbero forse trovare del tempo aggiuntivo per partecipare agli insegnamenti in modo più regolare ed assiduo. Durante i periodi che intercorrono tra le visite, gli studenti avrebbero tempo di assimilare gli insegnamenti e metterli in pratica sotto la guida degli studenti più anziani.

Inoltre bisognerebbe applicare la più grande cautela nella scelta di gheshe, lama e traduttori, in modo che l'eccellenza di questi non venga sottratta ai ruoli di insegnamento in India, Nepal, Sikkim o Bhutan. Se posso fare un esempio, non è necessario avere un professore di fisica nucleare di fama mondiale per imparare l'aritmetica. Se l'interesse lo richiede, comunque, ci potrebbe essere un centro per un'ampia area geografica, dove vengono tenuti programmi più intensivi, ma questi dovrebbero essere di numero limitato.

(2) Vi è ancora un problema di settarismo in molti centri di molte delle tradizioni tibetane, che crea forti divisioni ed è pericoloso per il futuro del Buddhismo. Come la Sua Suprema Presenza, Sua Santità il Dalai Lama ha sempre sottolineato, l'antidoto più potente contro la mentalità chiusa del settarismo è l'educazione. Anche se è importante che ciascun centro mantenga la purezza del proprio lignaggio e non mischi tutte le tradizioni in un calderone che può disorientare, è essenziale che gli studenti siano istruiti sugli altri lignaggi e tradizioni del Buddhismo, sia tibetano che non tibetano, in modo che possano accertare loro stessi che non vi è nulla di contraddittorio negli insegnamenti del Buddha.

Suggerisco quindi che i centri di Dharma siano aperti ad invitare insegnanti e maestri di lignaggio sia tibetano che non tibetano, oltre al proprio. In questo modo gli studenti riceveranno una più ampia educazione buddhista che può soltanto essere di beneficio nel promuovere la comprensione, l'armonia ed il progresso.

(3) In alcuni centri, le puje delle divinità e del protettore tantrico sono recitate in inglese, o in altre lingue europee, da ampi gruppi aperti al pubblico. Queste contengono espressioni quali “ bevitore di sangue” e così via, che causano un'ampia gamma di strane idee ed impressioni negative ai nuovi arrivati e ai genitori in visita. Quindi suggerisco che sebbene il rifugio, bodhicitta, i sette rami e le preghiere di dedica possano essere recitati nella propria lingua, i testi tantrici dovrebbero essere recitati in tibetano. Ad esempio il Lama chopa potrebbe essere recitato in tibetano e la sua sezione di Lam rim in inglese. Ciò è raccomandato soprattutto per le occasioni pubbliche. Poi, coloro che desiderino imparare e conoscere il significato del tibetano, saranno motivati a studiare, mentre ai frequentatori occasionali non verranno idee bizzarre. Inoltre, la traduzione completa dei testi dei rituali tantrici dovrebbe essere solo per uso privato.