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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Integrare il Dharma nelle nostre vite

Alexander Berzin
Bok, Polonia, 13 Dicembre 2002
Traduzione italiana a cura di Julian Piras

Il Dharma serve ad affrontare i problemi della vita

Questa sera vorrei parlare della pratica del Dharma nella vita quotidiana. La parola Dharma significa “misura di prevenzione.” È qualcosa che attuiamo per evitare di avere problemi. Laprima cosa che dobbiamo fare per iniziare a praticare il Dharma è riconoscere i vari tipi diproblemi e difficoltà che abbiamo nella nostra vita. Il prossimo passo, poi, è di realizzare che lo scopo del Dharma è di aiutarci a essere liberi da questi problemi.

La pratica del Dharma non serve soltanto a farci sentire bene; non è un bell’hobby, e nonserve a essere di moda o cose di questo genere. La pratica del Dharma ha lo scopo di liberarci dainostri problemi. Questo significa che per praticare il Dharma realisticamente, dobbiamo renderciconto che il processo non sarà piacevole. Dobbiamo notare gli aspetti sgradevoli della nostraesistenza, le nostre difficoltà, e affrontarli, non dobbiamo evitarli. Invece, dobbiamoriconoscerli con l’atteggiamento che ora proveremo ad affrontarli.

I nostri problemi possono prendere molte forme. Abbiamo tutti molti problemi in comune: siamoinsicuri; le nostre relazioni con gli altri sono difficili; ci sentiamo alienati; abbiamodifficoltà con le nostre emozioni e con i nostri sentimenti. Insomma le solite cose che abbiamo noitutti. Abbiamo difficoltà nell´interagire con le nostre famiglie e con i nostri genitori: s’ammalano e invecchiano. Abbiamo difficoltà con il fatto che anche noi c’ammaliamo e invecchiamo. Ese siamo giovani, abbiamo difficoltà a decidere cosa faremo della nostra vita, che mestierescegliere per guadagnarci il pane, in quale direzione muoverci, e così via. Dobbiamo consideraretutte queste cose.

Confusione

Uno dei punti più importanti nel Buddhismo è di comprendere che tutti questi problemi di cuiabbiamo esperienza, sorgono per via di determinate cause. Non è che ci sono, senza alcuna causa.L´origine di questi problemi risiede in noi stessi. Questa è una grande realizzazione, ma lamaggior parte delle persone ha difficoltà accettarla. La maggior parte di noi ha la tendenza adincolpare altre persone o circostanze esterne per i nostri problemi. Pensiamo: “Sono infelice pervia di quello che hai fatto: non mi hai telefonato, mi hai abbandonato; non mi ami. È tutta colpatua.” O diamo la colpa ai nostri genitori per quello che hanno fatto o non hanno fatto quandoeravamo piccoli. O allora diamo la colpa alla situazione economica, politica, sociale, e così via.Sì, è vero che tutti questi fattori incidono sulle nostre esperienze di vita. Il Buddhismo non negaquesto fatto. Tuttavia, la causa principale, la causa più profonda dei nostri problemi risiede innoi stessi. Essa consiste nei nostri atteggiamenti, in particolare nella nostra confusione.

Se vogliamo trovare un fattore che definisce con chiarezza l’atteggiamento buddhista riguardocosa vuol dire praticare il Buddhismo nella vita quotidiana, direi questo: quando sperimentiamodelle difficoltà, guardiamo dentro noi stessi per cercare la fonte; una volta che l´abbiamoidentificata, cerchiamo di cambiare la situazione dall´interno. Quando si dice che bisogna usarel´introspezione per trovare l´origine dei nostri problemi, questo non significa che stiamo dando ungiudizio morale a noi stessi, sviluppando pensieri del tipo: “Sono una persona cattiva, devocambiare ed essere buono.” Il Buddhismo non formula giudizi morali. Cerchiamo semplicemente ditrovare la fonte dei nostri problemi dentro noi stessi perché soffriamo, e perché vogliamoliberarci dalle nostre difficoltà e dalla nostra infelicità, e la fonte principale dei nostriproblemi sono i nostri atteggiamenti mentali. In particolare, Buddha disse che la causa piùprofonda dei nostri problemi e della nostra sofferenza è la nostra confusione. Quindi il nostrocompito è di scoprire in che modo siamo confusi rispetto a quello che accade, e come possiamocorreggere questa confusione tramite una comprensione corretta.

Siamo confusi rispetto a cosa? Siamo confusi rispetto a varie cose. Una di queste è la causaed effetto comportamentali. Pensiamo che se agiamo in un certo modo, non ci sarà alcunaconseguenza. Per esempio, pensiamo: “Posso essere in ritardo, posso ignorarti e così via, non haimportanza.” Questo, tuttavia, è sbagliato, è un comportamento frutto della confusione. O allorapensiamo che un nostro comportamento possa avere degli effetti che sono assurdi o impossibili. Peresempio: “Sono stato gentile con te e quindi in cambio tu sicuramente mi amerai. Ti ho comprato unbel regalo, allora perché non mi ami, ora?” Con pensieri di questo tipo, c’immaginiamo che lenostre azioni e il nostro comportamento produrranno effetti impossibili, oppure abbiamo aspettativeesagerate, pensando che le nostre azioni produrranno effetti più grandi di quello che è possibile.Oltre a questo, a volte pensiamo che certi comportamenti avranno un determinato risultato, ma inrealtà hanno proprio l’effetto contrario. Per esempio, vogliamo essere felici e quindi pensiamo cheper essere felici ci dobbiamo ubriacare regolarmente. Ma questo ci creerà solo dei problemi anzichérenderci felici.

L´altra cosa rispetto alla quale siamo confusi è il modo in cui noi stessi, gli altri e ilmondo esistono. Per esempio: soffriamo e siamo infelici perché invecchiamo e perché ci ammaliamo.Ma che cos´altro ci si può aspettare? Dopotutto, siamo esseri umani. Gli esseri umani si ammalano ediventano vecchi, se non muoiono già da giovani. Queste cose sono sotto gli occhi di tutti, nonsono sorprendenti. Quando iniziamo a vedere capelli grigi allo specchio e siamo infelici escioccati per questo, questa reazione è irrealistica e confusa rispetto al modo in cui il mondoesiste ed il modo in cui noi stessi esistiamo.

Assumiamo, per esempio, che il fatto d’invecchiare sia un problema per noi. Poiché siamoconfusi a questo riguardo (non accettiamo questa realtà), agiamo in modo distruttivo, influenzatida emozioni ed atteggiamenti mentali disturbanti. Quando, per esempio, cerchiamo in modo compulsivodi apparire giovani e attraenti, agiamo con il desiderio bramoso di ottenere cose che pensiamo ci daranno un senso di sicurezza, come l´attenzione e l´amoredegli altri, particolarmente da parte di persone più giovani che ci appaiono attraenti. Spesso,questa sindrome è dovuta alla confusione: “Sono la persona più importante al mondo; sono al centrodell´universo. Quindi tutti dovrebbero prestare attenzione a me. Qualunque sia la mia apparenza,tutti dovrebbero pensare che sono attraente e dovrebbero apprezzarmi.” Diventiamo matti se qualcunonon ci trova attraente o non ci apprezza. E diventiamo addirittura ancora più matti se qualcuno c’ignora, se non ci presta attenzione poiché vorremmo che ci trovasse attraenti, se non fisicamentealmeno in qualche altro modo. Ma se addirittura Buddha Shakyamuni non era apprezzato da tutti, chesperanza ci può essere per noi di essere apprezzati da tutti!

Il nostro desiderio di essere apprezzati da tutti è un’aspettativa irrealistica. Noncorrisponde alla realtà. Si basa sulla confusione, sul desiderio bramoso e sull´attaccamento alfatto che tutti dovrebbero trovarci attraenti e che tutti dovrebbero prestarci attenzione. L’a tteggiamento disturbante sottostante è l´ingenuità. Pensiamo che siamo talmente importanti etalmente simpatici che tutti ci dovrebbero apprezzare, e se non lo fanno, probabilmente c’è qualcosa di sbagliato in loro. O peggio ancora, iniziamo a dubitare di noi stessi: “Devo averequalche difetto ed è per questo che questa persona non mi apprezza,” e questo ci fa star male, osviluppiamo sensi di colpa. Tutto questo è dovuto all´ingenuità.

La cosa più importante, quindi, è lavorare su noi stessi. È questa la pratica del Dharma.Qualunque sia la situazione in cui ci troviamo, se abbiamo difficoltà, se ci sentiamo insicuri ocosì via, dobbiamo osservare noi stessi per capire che cosa sta succedendo. Dov´è la confusionesottostante a queste emozioni disturbanti che sto provando? Tuttavia, se i nostri problemiprovengono da una relazione difficile, dobbiamo renderci conto che non siamo gli unici a essereconfusi. Ovviamente anche l’altra persona è confusa. Però, il punto è che non diciamo solo: “ Sei tuche devi cambiare, tutto quello che faccio io va bene, anzi è perfetto. Tu invece devi propriocambiare.” Dall´altro lato, non diciamo nemmeno che siamo noi gli unici a dover cambiare: questopotrebbe portarci a sviluppare un “complesso del martire.” Cerchiamo di parlare apertamente conl´altra persona, sebbene anche l’altra persona debba essere ricettiva a questo. Dobbiamoriconoscere che tutti e due siamo confusi. C’è un problema in entrambi riguardo a come comprendiamoquello che accade nella nostra relazione, quindi cerchiamo di chiarire la confusione in ognuno dinoi due. Questo è il modo più realistico, più dharmico, di procedere.

Capire il Dharma prima di praticarlo

Ci sono molti tipi diversi di pratiche buddhiste. Non basta ricevere le istruzioni su comepraticarle, come se ricevessimo le istruzioni per qualche magia. Con qualsiasi pratica, è moltoimportante capire in che modo ci aiuterà a superare le difficoltà. Non dobbiamo unicamente impararequando e come applicare la pratica, ma anche i presupposti che essa implica. Questo significa chenon iniziamo facendo pratiche avanzate. Cominciamo dall´inizio e costruiamo le fondamenta. Inquesto modo, sarà l´ordine in cui gli insegnamenti del Dharma progrediscono che ci farà capire cosasuccede in una determinata pratica.

È vero, ci sono degli insegnamenti che dicono: “Se ti viene data una medicina, non chiederecome funziona, ma prendila!” Sì, questo è un buon consiglio, ma dobbiamo capire che si rivolge a uncomportamento estremo. Quest’estremo consiste nel fatto di studiare soltanto, di cercare unicamentela comprensione intellettuale degli insegnamenti, senza mai mettere in pratica la minima cosa diquello che abbiamo imparato. Questo comportamento estremo va evitato. Tuttavia, esiste anchel´estremo opposto, e anch´esso va evitato. Consiste nel cercare di mettere in praticaimmediatamente tutte le istruzioni del Dharma che sentiamo, con fede cieca, senza aver capito cosastiamo facendo e perché. Il problema più grande che sorge da questo secondo tipo di comportamentoestremo è che non capiamo mai veramente come dobbiamo applicare la pratica nella vita quotidiana.Se capiamo il senso di una determinata pratica (se capiamo come funziona e il suo scopo), nonavremo più bisogno di un´altra persona che ci spieghi come applicarla nella vita quotidiana.Capiremo e sapremo noi stessi come applicarla.

Quando diciamo di eliminare i nostri problemi, questo non vuol dire eliminare solo i nostriproblemi personali. Significa anche liberarci dalle difficoltà che abbiamo nell’aiutare gli altri. “ Ho difficoltà ad aiutare gli altri per via della pigrizia o dell´egoismo o perché sono troppooccupato.” Oppure: “Non capisco quale sia il tuo problema e non ho la minima idea di come potreiaiutarti.” È questa la grande difficoltà che abbiamo, vero? Tutti questi problemi che c’i mpedisconodi aiutare gli altri sorgono ugualmente per via della nostra confusione. Questo stato confuso cipuò far pensare di dover essere come Dio onnipotente: “Basterà che faccia un’unica cosa e questorisolverà tutti i tuoi problemi, e se non li risolve, l’errore sta sicuramente dalla tua parte. Nonti sei comportato nel modo corretto, e quindi sei colpevole.” Oppure siamo noi a provare sensi dicolpa: “Avrei dovuto essere in grado di risolvere i tuoi problemi, ma non ci sono riuscito. Sono unbuono a nulla.” Anche in questo caso, c´è confusione rispetto alle cause e agli effetti.

La convinzione nel Dharma

Un altro punto: per applicare il Dharma in modo efficace e non-neurotico nella vitaquotidiana, dobbiamo anche essere convinti che è possibile liberarci dai nostri problemi. Dobbiamoavere la convinzione che effettivamente possiamo eliminare la nostra confusione usando l´approcciobuddhista: per eliminare qualcosa, dobbiamo sbarazzarci delle cause che la producono. Ovviamente, èmolto difficile sviluppare una profond a, ferma convinzione c he è possibile eliminare la nostra confusione in modo che non torni mai più. È altrettantodifficile ottenere la convinzione che è possibile raggiungere la liberazione e l´illuminazione. Èparticolarmente difficile da ottenere se non capiamo nemmeno in che cosa consistono la liberazionee l´illuminazione. Come potremmo pensare seriamente alla questione se questi stati possono essereraggiunti oppure no, se non sappiamo nemmeno in cosa consistono? E se pensiamo che non possonoessere raggiunti, non sarebbe un po’ ipocrita cercare di ottenere uno stato che pensiamo non esistanemmeno? Se le cose stanno così, è come se stessimo giocando a un gioco un po’ pazzo. Non stiamopiù praticando realmente il Dharma.

Dobbiamo essere realmente convinti e, per raggiungere questa convinzione, ci vogliono moltostudio, molta comprensione, molte riflessioni profonde e meditazione. Non basta essere convinti chela liberazione e l´illuminazione siano possibili; dobbiamo anche essere convinti che noi stessipossiamo raggiungere questi stati. Non che Shakyamuni sia stato l’unico a poterli realizzare mentrenoi non ne siamo capaci. Anche noi possiamo raggiungere la liberazione e l´illuminazione, tutti nesono capaci. Dobbiamo capire cosa occorre fare per liberarci dalla confusione. Qual è l´antidotocon cui eliminare la confusione? È la comprensione corretta a liberarci dalla confusione. Perciò,dobbiamo capire come la comprensione corretta può superare la confusione ed eliminarla in modo chenon torni mai più. Tutto questo ci fa capire che il vero “ laboratorio” nel quale si pratica ilDharma è la vita quotidiana. Praticare il Dharma significa gestire i problemi, la confusione, ledifficoltà che dobbiamo affrontare nella vita, momento per momento.

La pratica del Dharma richiede introspezione

Praticare il Dharma non significa semplicemente offrirsi una vacanza dalla nostra vita; nonsi tratta soltanto di ritirarci in una bella grotta tranquilla, o nella nostra stanza, permeditare, per sederci su un cuscino e fuggire dalle nostre responsabilità. La pratica del Dharmanon pone l’a ccento sulla fuga. Quando ci ritiriamo in un luogo tranquillo per meditare, lo facciamoper sviluppare le capacità che ci permetteranno di affrontare le nostre difficoltà. La cosa piùimportante sulla quale focalizzarci è la vita. È questo che importa veramente, non di vincere lamedaglia olimpica dello stare seduto e del meditare! Praticare il Dharma significa applicare ilDharma nella vita.

Inoltre, la pratica del Dharma è introspettiva. Cerchiamo di essere attenti ai nostri statiemotivi, alle nostre motivazioni, ai nostri atteggiamenti mentali, agli schemi compulsivi delnostro comportamento. Particolarmente, dobbiamo stare attenti alle nostre emozioni disturbanti. Lacaratteristica che definisce un´emozione o un atteggiamento disturbante è che fa sentire a disagionoi stessi e/o gli altri quando si manifesta. Perdiamo la nostra pace mentale e ci sfugge ilcontrollo di noi stessi. Questa definizione è molto utile, perché il fatto di conoscerla ci aiuta arenderci conto di quando siamo influenzati da una tale emozione o atteggiamento. Se ci sentiamo adisagio a livello emotivo e mentale, questo c’indica che qualcosa di disturbante sta avvenendonella nostra mente. In momenti di questo genere, dobbiamo verificare cosa sta succedendo dentro dinoi e applicare gli antidoti per correggere la situazione.

Per questo è necessario essere molto coscienti di quello che sta succedendo in noi. Permodificare il nostro stato emotivo, quando ci rendiamo conto che è disturbante, dobbiamocomprendere che se agiamo in modo disturbato o disturbante, questo creerà molta infelicità sia pernoi stessi sia per gli altri. Non vogliamo questo, ne abbiamo avuto abbastanza. E se siamo fuoricontrollo, come potremo aiutare gli altri?

Flessibilità

Praticare il Dharma richiede familiarità con molte forze opposte, non solo una o due. Lenostre vite sono molto complesse e un unico antidoto non funzionerà in tutti i casi. Unadeterminata pratica non sarà la più efficace in ogni singola situazione. Essere proprio in grado diapplicare le cose nella vita quotidiana richiede molta flessibilità e molti metodi differenti. Sequesto metodo non funziona, allora usiamo quello, e se quello non funziona, allora proviamo quest’altro.

Il mio maestro Tsenciab Serkong Rinpoche diceva che quando si cerca di fare qualcosa nellavita, bisogna sempre avere due o tre piani alternativi. Così, se il piano A non funziona, non ciscoraggiamo. Questo perché abbiamo già studiato altri piani di riserva, B e C. Alla fine, uno diquesti piani funzionerà. Ho trovato questo consiglio molto utile. È la stessa cosa con il Dharma:se il metodo A non funziona in una determinata situazione, abbiamo altri piani di riserva. Ci sonoaltri metodi che possiamo usare. Tutto questo ovviamente è basato sullo studio, l’a pprendimento divari metodi e meditazioni, che poi pratichiamo per prepararci alle situazioni reali, come in unaddestramento fisico. Ci alleniamo per familiarizzarci con questi metodi, in modo da poterliapplicare quando ne abbiamo bisogno nella vita quotidiana. Per riuscirci, non dobbiamo considerarela pratica del Dharma come un hobby, ma piuttosto come un impegno a tempo pieno.

Evitare gli estremi

La pratica del Dharma va applicata nelle nostre famiglie. Va applicata nei rapporti con inostri genitori, con i nostri figli e quando interagiamo con le persone che incontriamo al lavoro.Nel fare questo, dobbiamo evitare gli estremi. Ne abbiamo già parlato un po’. Dobbiamo evitare l’estremo di dare tutta la colpa agli altri, ma anche l’estremo di dare tutta la colpa a noi stessi:tutti e due i lati contribuiscono. Possiamo cercare di cambiare gli altri, ma è più facile cambiarenoi stessi.

L´accento è posto sul miglioramento personale. Tuttavia dobbiamo cercare d’evitare l’e stremodell´ansia egocentrica e narcisistica. Con un’ansia egocentrica, ci preoccupiamo sempre e soltantodi noi stessi e non pensiamo agli altri. Questo può rafforzare il sentimento che siamo noi ilcentro dell´universo e che i nostri problemi sono i più importanti al mondo. I problemi degli altrinon sono importanti o non fanno testo.

Un altro estremo è di pensare che siamo completamente cattivi o completamente buoni. È veroche dobbiamo riconoscere i nostri lati difficili, i lati sui quali dobbiamo lavorare. Ma dobbiamoanche riconoscere i nostri lati positivi, le nostre qualità, in modo che possiamo svilupparlisempre di più. Molti di noi occidentali abbiamo una bassa autostima. Se ci concentriamo troppo suinostri problemi e sulla nostra confusione, questo può rafforzare la nostra bassa autostima. Non èper niente questo il nostro scopo.

Dobbiamo stare attenti alle nostre emozioni disturbanti, ma, allo stesso tempo, percontrobilanciare le cose, dobbiamo ricordarci le nostre qualità positive. Persino le persone piùcrudeli hanno qualche volta sperimentato qualità positive. Probabilmente hanno tenuto in grembo uncucciolo di cane o un giovane gatto, accarezzandolo e provando un po’ d’affetto per lui. Quasitutti hanno avuto quest´esperienza. In questo modo, ci rendiamo conto che siamo capaci di dare unpo’ di affetto, e così, vediamo anche i nostri lati positivi. Praticare il Dharma non significasoltanto lavorare sui nostri lati negativi; dobbiamo procedere in modo equilibrato. Dobbiamo anchelavorare per rafforzare i nostri lati positivi.

Quando cerchiamo di considerare in modo bilanciato i nostri difetti e le nostre qualità,dobbiamo evitare un´altra serie di estremi. Uno di questi estremi è la cattiva coscienza. “ Sono unanullità. Dovrei praticare, ma dato che non sto praticando, sono ancora peggio di quello che pensavo.” Questaparola dovrei va eliminata dal nostro modo di considerare la pratica del Dharma. Non è mai una questione di“ dovere.” Se vogliamo liberarci dalle nostre difficoltà ed evitare ulteriori difficoltà in futuro,l’a tteggiamento più sano è quello di pensare, semplicemente: “Se voglio liberarmi dal mio problema,questa pratica mi permetterà di farlo.” Poi, se facciamo la pratica o no è una scelta nostra.Nessuno ci dice “ Devi fare questo, e se non lo fai, sei una persona cattiva.”

Ma dobbiamo anche evitare l´altro estremo, che è quello di pensare: “Siamo tutti perfetti.Basta riconoscere la nostra natura di Buddha, e tutto è perfetto.” Questo è un estremo moltopericoloso, perché ci può far credere che non abbiamo bisogno di cambiare. Ci può far pensare chenon abbiamo bisogno di abbandonare i nostri modi negativi di agire perché siamo già perfetti.Dobbiamo evitare ambedue gli estremi: sia il sentimento che siamo cattivi, sia il sentimento chesiamo perfetti. Fondamentalmente, dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. È questa la chiaveprincipale per integrare il Dharma nella nostra vita quotidiana. Ci assumiamo la responsabilità dinoi stessi, per fare qualcosa riguardo la qualità della nostra vita.

Ispirazione

Mentre lavoriamo su noi stessi, possiamo essere ispirati da maestri spirituali e dallacomunità di altre persone che praticano con noi. Tuttavia, per la maggior parte delle persone,storie fantastiche su maestri che sapevano volare nei cieli molti secoli fa, non sono un modostabile per trarre ispirazione dai maestri. Queste storie sono troppo remote dalle esperienze dellanostra vita quotidiana e tendono a farci fantasticare. È meglio avere esempi viventi con i qualiavere un contatto diretto, anche se minimo.

I Buddha o maestri veramente qualificati non cercano d’impressionarci, e nemmeno d’i spirarci.L’esempio è che sono come il sole. Il sole non cerca di riscaldare le persone, è semplicemente ilsuo modo di essere che, in modo naturale, riscalda gli altri. Questo vale anche per i grandimaestri spirituali. Il loro modo di vivere, il loro carattere, il loro modo di risolvere i problemic’ispirano in modo spontaneo e naturale. Non si tratta di trucchi magici. Sono cose realistiche econcrete a essere quelle che c´ispirano di più.

Mi ricordo di Dudjom Rinpoche. Morì molti anni fa. Era a capo del lignaggio Nyingma e uno deimiei maestri. Soffriva terribilmente di asma. Anch’io soffro di asma e quindi so bene cosa vuoldire avere difficoltà a respirare. So quant´è difficile insegnare quando non si può respirarenormalmente, perché tutta la nostra energia si focalizza su noi stessi, per prendere abbastanzaaria. In quel tipo di situazione, è molto difficile dirigere la propria energia verso l’e sterno.Tuttavia, ho visto Dudjom Rinpoche con un asma terribile salire sul palco e dare insegnamenti. L’asma non lo disturbava per niente, la gestiva in modo incredibile mentre dava degli insegnamentimagnifici. Questo mi ha ispirato notevolmente. Era una cosa molto concreta, senza grandi trucchimagici. Era il modo nel quale ha gestito una situazione della vita reale, ed è questo cheispira.

Quando vediamo che facciamo progressi lungo il sentiero spirituale, possiamo anche essereispirati da noi stessi. Anche questa è una fonte importante d’ispirazione. Siamo ispirati dalnostro progresso. Tuttavia, dobbiamo stare molto attenti: la maggior parte delle persone non ècapace di gestire questo fattore al livello emozionale, perché abbiamo la tendenza a diventarefieri e arroganti quando facciamo progressi. Perciò, dobbiamo definire attentamente cosa intendiamocon la parola progresso.

Progredire lungo il sentiero

Anzitutto, dobbiamo comprendere che il progresso non è mai lineare: va su e giù e ancora su egiù. Questa è una delle caratteristiche principali del samsara e non riguarda soltanto l’a lternanzatra rinascite superiori e inferiori. Anche nella vita quotidiana andiamo su e giù. Ora mi sentofelice, ora mi sento infelice. Il nostro umore cambia, sale e scende. Ora, ho voglia di praticare,ora non ho più voglia di praticare. Queste cose vanno costantemente su e giù, non bisogna essernesorpresi. Le cose continueranno in questo modo finché non avremo raggiunto lo stato di un arhat, diun essere che si è liberato dal samsara. Fino a quel punto, che è incredibilmente avanzato, ilsamsara continuerà ad andare su e giù. Quindi non scoraggiatevi, se per esempio, dopo averpraticato per molto tempo, tutto a un tratto, sorgono delle difficoltà con il vostro partner. Tuttoa un tratto, sperimentiamo un subbuglio emotivo: queste cose capitano! Non significa che siamo deipessimi praticanti. Queste cose capitano in modo naturale, per via della realtà della nostracondizione samsarica.

Solitamente, non ci sono miracoli nella pratica del Dharma. Se vogliamo applicare il Dharmanella nostra vita quotidiana, non dobbiamo aspettarci dei miracoli, soprattutto al livello in cuisiamo ora. Qual è il modo per misurare i nostri progressi realisticamente? Sua Santità il DalaiLama dice che non dobbiamo misurare i nostri progressi su un arco di un solo anno o due di pratica.Piuttosto, considerate cinque o dieci anni di pratica e controllate: “Sono una persona più calma dicinque o dieci anni fa? Oggi, sono capace di gestire meglio le situazioni difficili, senza perderecosì facilmente i nervi, come accadeva dieci anni fa?” Se la risposta è positiva, abbiamo fattoprogressi e questo c´ispira. Abbiamo ancora dei problemi, ma il fatto di avere progredito ci dà laforza di proseguire. Non ce la prendiamo così tanto quando in situazioni difficili le cose vannomale. Siamo capaci di recuperare più rapidamente.

Quando dico che possiamo diventare la nostra fonte d’ispirazione, la cosa più importante èche quest’ispirazione ci dia la forza di continuare lungo il sentiero. Questo perché siamo convintiche ci stiamo muovendo nella direzione giusta. E possiamo essere convinti d’andare nella direzionegiusta se abbiamo una conoscenza realistica di cosa voglia dire muoverci in quella direzione:significa che mentre andremo in quella direzione generale, continueremo ad avere alti ebassi.

Queste sono alcune idee generali su come integrare la pratica del Dharma nella vitaquotidiana. Spero che possano essere utili. Grazie.