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Gli Archivi Buddhisti del dott. Alexander Berzin

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Caratteristiche di base del tantra

Alexander Berzin
Luglio 1986, rivisto con ampliamenti nel Febbraio 2002

Significato di tantra

Il termine tantra (rgyud) indica una continuità eterna. Ci sono tre livelli di tale continuità:

  1. La continuità eterna di base è il continuum mentale individuale (flusso mentale) di ciascun essere limitato (essere senziente), con tutti i suoi fattori della natura di Buddha (khams de-bzhin snying-po) che rendono possibile l’illuminazione;
  2. Il continuum del sentiero eterno è la continuità della pratica Mahayana con forme di Buddha (yi-dam, divinità tantriche), che può essere portata avanti indefinitamente dato che le forme di Buddha non si stancano mai, non invecchiano né muoiono;
  3. Il continuum risultante eterno è la continuità senza fine dei corpus illuminanti (corpi) di un Buddha.

La pratica del continuum del sentiero purifica gli oscuramenti effimeri dal continuum di base di una persona così da trasformarlo nel continuum risultante. Il termine “tantra” indica anche i testi che trattano questi argomenti.

Classi di tantra

Nel Buddhismo tibetano, i tre lignaggi appartenenti al periodo delle Nuove Traduzioni (Sakya, Kagyu e Ghelug) dividono i tantra in quattro classi:

  1. Kriya (pratica rituale delle forme di Buddha) in cui vengono enfatizzate pratiche rituali esteriori come abluzioni, dieta e digiuno;
  2. Charya (pratica comportamentale delle forme di Buddha) in cui si attribuisce pari importanza alle pratiche esteriori e interiori;
  3. Yoga (pratica integrata delle forme di Buddha) che pone l’accento sui metodi interiori di yoga;
  4. Anuttarayoga (pratica senza pari integrata delle forme di Buddha) in cui s’insegnano metodi di pratica interiore speciali, particolarmente avanzati.

Il lignaggio Nyingma, che risale al Periodo delle Traduzioni Antiche, trasmette sei classi di tantra; le prime tre sono invariate, mentre le altre rappresentano stadi progressivamente sempre più avanzati dell’anuttarayoga:

  • 4. Mahayoga (pratica fortemente integrata delle forme di Buddha) con enfasi sulla visualizzazione;
  • 5. Anuyoga (successiva pratica integrata delle forme di Buddha) con enfasi sul lavoro con i sistemi energetici sottili;
  • 6. Atiyoga (pratica sommamente integrata delle forme di Buddha) o dzogchen (rdzogs-chen, la grande completezza), che enfatizza il livello più sottile di attività mentale (mente).

Preliminari

Tutte le classi di tantra richiedono che il praticante raggiunga un certo livello di maturità spirituale attraverso le pratiche preliminari (sngon-‘gro, “ngondro”), che servono da preparazione prima d’imbarcarsi lungo il loro sentiero. Essi includono il raggiungimento di una certa stabilità nei preliminari condivisi con la pratica dei bodhisattva del sentiero del sutra, e il completamento di alcune pratiche particolari che non sono in comune con il sentiero del sutra.

Preliminari condivisi

I preliminari condivisi con la pratica del bodhisattva del sentiero del sutra comportano la realizzazione dei quattro pensieri che volgono la mente al Dharma (blo-ldog rnam-bzhi), e cioè la comprensione dei seguenti punti:

  1. La preziosa rinascita umana;
  2. La morte e l’impermanenza;
  3. La legge di causa ed effetto comportamentali (sct. karma);
  4. Gli svantaggi dell’incontrollabile ricorrenza delle rinascite (sct. samsara).

Tutte le classi del tantra richiedono un fondamento stabile nelle altre pratiche del bodhisattva del sutra; in effetti il tantra è un metodo per combinarle e praticarle tutte simultaneamente. Le pratiche del sutra comprendono:

  • La direzione sicura (rifugio),
  • La determinazione ad essere liberi (rinuncia),
  • L’autodisciplina etica,
  • La concentrazione,
  • La consapevolezza discriminante (shes-rab, sct. prajna) della vacuità (sct. shunyata, vuoto),
  • Amore e compassione,
  • Bodhicitta (un cuore che si dedica all’illuminazione e all’aiuto degli altri),
  • Gli altri atteggiamenti lungimiranti (sct. paramita, perfezioni): generosità, pazienza e perseveranza gioiosa.

Preliminari non condivisi

Per purificare le forze negative interiori (sdig-pa, sct. papa, potenziali negativi) e accumularne di positivi (bsod-nams, sct. punya, potenziali positivi, meriti), la pratica del tantra richiede almeno una serie di preliminari speciali non condivisi con il sutra. Generalmente si tratta di centomila ripetizioni di:

  1. Prostrazioni, accompagnate da un verso per prendere la direzione sicura e riaffermare la bodhicitta;
  2. Il mantra dalle cento sillabe di Vajrasattva (rDo-rje sems-pa) come purificazione;
  3. Offerte del mandala, che simboleggiano il donare ogni cosa per ottenere l’illuminazione e per il bene degli altri;
  4. Un testo o mantra di guru-yoga (bla-ma’i rnal-‘byor, “lama neljor”), per far sì che i nostri corpi, parola e mente siano integrati con quello dei nostri maestri spirituali, che per noi sono dei Buddha.

Un mantra (sngags) consiste di sillabe o parole sanscrite e viene ripetuto, come suggerisce l’e timologia del termine sanscrito, per “proteggere la mente” dalle negatività. Un mandala (dkyil-‘ khor) è il simbolo di un universo. Possono essere richieste centomila o più ripetizioni di altre pratiche preliminari non condivise. Nella tradizione Ghelug, per esempio, le prostrazioni, il verso per la direzione sicura e la bodhicitta vengono considerate come due preliminari distinti, e ne vengono aggiunti altri quattro, per un totale di nove:

  1. Il mantra di Samayavajra (Dam-tshig rdo-rje) per purificare la nostra stretta connessione (dam-tshig, sct. samaya) con i nostri maestri spirituali;
  2. L’offerta di semi di sesamo a Bhuji Vajradaka (Za-byed rdo-rje mkha-‘gro), consistente in un fuoco che elimini, bruciandole, le forze negative dal nostro continuum mentale;
  3. L’offerta di ciotole d’acqua;
  4. La preparazione di tavolette votive di argilla (tsa-tsa) raffiguranti una forma di Buddha o un maestro del lignaggio.

Tutte le tradizioni tibetane richiedono i preliminari di base del sutra, come la direzione sicura e “le tre menti principali a livello del sentiero” (così chiamate nella tradizione Ghelug): rinuncia, bodhicitta e una precisa comprensione della vacuità. Occorre essere in grado di generare queste menti almeno artificialmente (bcos-ma), cioè di affidarsi a una valida linea di ragionamento fino al punto di giungere a sperimentarle in un accurato stato concettuale. Non c’è bisogno che una mente a livello del sentiero sia non concettuale per essere sincera e per sentirla su noi stessi a livello emozionale.

Prima di ricevere un’iniziazione, la tradizione Ghelug raccomanda di avere quantomeno iniziato la pratica delle centomila ripetizioni di ciascuno dei preliminari speciali, con l’idea di proseguirla successivamente. Le tradizioni non-Ghelug raccomandano di completare almeno le prime centomila ripetizioni di ciascun preliminare speciale prima di ricevere un’iniziazione. Tutte le tradizioni in ogni caso sottolineano l’importanza della pratica continua dei preliminari speciali integrandoli nella propria pratica quotidiana.

Tre tipi di cerimonie d’iniziazione

Dopo aver completato un certo numero di pratiche preliminari, per impegnarsi effettivamente nella pratica tantrica occorre una cerimonia d’iniziazione. Ve ne sono di tre tipi:

  1. Potenziamento (dbang, “wang,” iniziazione)
  2. Permesso successivo (rjes-snang, “jenang,” autorizzazione)
  3. Raccolta di mantra (sngags-btus)

Potenziamento

Per visualizzare se stessi come forma di Buddha è necessario prendere prima un potenziamento. Questo favorisce il successo della pratica in vari modi:

  • Stabilendo un legame intimo fra il praticante e un maestro tantrico che diventa fonte vivente d’ispirazione (byin-rlabs, benedizioni);
  • Ponendo il praticante in collegamento con una tradizione viva che risale fino al Buddha;
  • Mediante il conferimento di voti che bisogna mantenere in modo puro, per modellare appropriatamente il nostro comportamento e la nostra pratica;
  • Purificando ulteriormente diverse forze negative interiori;
  • Attivando i fattori della natura di Buddha;
  • Potenziando questi fattori lasciando un’influenza duratura (sa-bon, piantare “semi”) sul nostro continuum mentale, tramite l’esperienza cosciente di stati mentali specifici e discernimento durante il rituale, come ad esempio la consapevolezza beata della vacuità nell’anuttarayoga Ghelug o della nostra natura di Buddha nelle tradizioni non-Ghelug.

Non si riceve effettivamente un potenziamento se:

  • Non si ha rispetto e fiducia nel metodo tantrico, possibilmente basati su una buona comprensione del metodo stesso;
  • Non si ha fiducia piena, basata su prove incontrovertibili, del fatto che i nostri maestri tantrici hanno la capacità di guidarci in modo corretto sul sentiero;
  • Non ci si sente fortemente ispirati dal maestro tantrico;
  • Non si prendono i voti che sono conferiti e si promette di mantenerli in modo puro;
  • Non si prende parte attivamente nei processi di visualizzazione, secondo le proprie capacità;
  • Non si ottiene un’esperienza cosciente degli stati mentali specifici o dei discernimenti che vengono descritti dal maestro nel corso della cerimonia, a qualunque livello sia possibile per noi in quel momento.

Sadhane, Puje e Tsog

Dopo aver ricevuto un potenziamento, è possibile praticare una sadhana (sgrub-thabs). Il termine sadhana significa un metodo di realizzazione, in particolare realizzazione di se stessi come la forma di Buddha della quale abbiamo ricevuto il potenziamento. Altri nomi per questa pratica possono essere “autogenerazione” (bdag-bskyed) o, nell’anuttarayoga, “pratica antecedente di realizzazione” (mngon-rtogs).

La pratica consiste nella recitazione (kha-‘don) di un testo rituale di meditazione in cui è descritto il processo di autovisualizzazione, unita ad un complesso insieme di ulteriori pratiche basate sull’autogenerazione stessa, come la recitazione di mantra o le offerte. Percorrere tutta la serie di visualizzazioni e meditazioni di una sadhana somiglia un po’ all’intraprendere un esercizio fisico faticoso in un allenamento di arti marziali o nel balletto.

Sadhana e guru-yoga sono diversi da una puja (mchod-pa). Una puja consiste in un rituale di offerta durante il quale si porgono offerte ai maestri tantrici visualizzati come inseparabili dalle forme di Buddha. Se abbiamo ricevuto il potenziamento, visualizziamo noi stessi come forma di Buddha nel corso della puja, altrimenti non lo possiamo fare. Se non abbiamo ricevuto il potenziamento, possiamo partecipare solo come osservatori del rituale, ma non prendere parte attiva come membro del circolo cerimoniale d’offerta di un banchetto (tshog-‘khor, ganacakra).

Nel corso della puja viene offerto lo tsog (tshogs), un banchetto rituale che generalmente comprende una torma (gtor-ma), cioè una scultura a forma di cono fatta di burro e farina d’orzo tostata, che rappresenta l’effettivo tsog offerto al maestro tantrico. Nell’anuttarayoga, al banchetto sono presenti anche carne e alcol consacrati per l’occasione, che rappresentano l’uso e la trasformazione degli aggregati, degli elementi e delle energie sottili del corpo per l’o ttenimento delle realizzazioni. Dopo che il maestro tantrico e gli altri partecipanti hanno gustato le offerte, l’alcol e la carne, ciascuno ne restituisce una piccola porzione che l’assistente del maestro raccoglie su un vassoio e offre agli spiriti guardiani del luogo. Al termine della cerimonia, i partecipanti consumano o portano con sé le offerte rimaste. Invece consumare l’alcol rimanente costituisce una degenerazione della pratica, come se lo tsog fosse una scusa per ubriacarsi.

Permesso successivo

Dopo aver ricevuto il potenziamento di una forma di Buddha specifica, possiamo anche riceverne il permesso successivo, che serve a:

  • Rafforzare ulteriormente i fattori della natura di Buddha attivati in precedenza,
  • “Innaffiare” i semi precedentemente piantati,
  • Riaffermare i nostri voti.

Generalmente i permessi successivi contengono almeno tre parti:

  1. elevazione (byin-rlabs, benedizione) del corpo,
  2. elevazione della parola,
  3. elevazione della mente.

Generalmente è possibile distinguere un permesso successivo da un potenziamento perché vengono usati oggetti rituali differenti nella cerimonia. Per i potenziamenti di solito è presente la rappresentazione di un mandala (dimora di una forma di Buddha) all’interno di una struttura sopraelevata simile ad un palazzo. I partecipanti ricevono nastri rossi per bendare gli occhi che in particolari momenti della cerimonia vengono posti sulla fronte, cordini da legare al braccio, e due steli di erba kusha da sistemare sotto il cuscino ed il materasso, per analizzare i sogni della prima notte.

Nessuno di questi oggetti viene usato in un permesso successivo. In particolare nelle tradizioni Ghelug, Kagyu e Nyingma, il loro segno distintivo è la presenza di una torma su un tavolo di fianco al maestro tantrico. Fissata in cima alla torma con un bastoncino si trova una raffigurazione della forma di Buddha, protetta da un piccolo ombrello. Nel corso della cerimonia il maestro tantrico appoggia la torma sulla cima del capo dei discepoli suonando una campana rituale.

Se riceviamo un permesso successivo senza aver prima ricevuto un potenziamento, potremo solamente visualizzare la forma di Buddha di fronte a noi o sopra la nostra testa. Non potremo visualizzare noi stessi come quella forma di Buddha. Invece se abbiamo ricevuto il potenziamento di una forma di Buddha appartenente a una particolare classe di tantra – per esempio Avalokitesvara a mille braccia (sPyan-ras gzigs Phyag-stong) per il kriya o Kalachakra (Dus-‘khor) per l’a nuttarayoga, potremo visualizzarci nella forma di qualunque altra figura di quella classe o delle classi inferiori, come Tara Bianca (sGrol-dkar), avendo solo il permesso successivo di quella figura. In tal caso, non ci sarà bisogno di una potenziamento pieno di Tara Bianca.

Raccolta di mantra

Dopo aver ricevuto il potenziamento di una particolare forma di Buddha si può ricevere anche una raccolta di mantra per la stessa figura, a prescindere dall’aver ricevuto o no il permesso successivo. In questa cerimonia le vocali e le consonanti (a-li ka-li) dell’alfabeto sanscrito vengono tracciate con polveri colorate su uno specchio metallico, generalmente ciascuna lettera è contenuta in una specifica casella in una griglia. Durante il rituale, il maestro tantrico legge, una alla volta, la posizione nella griglia della vocale e della consonante di ciascuna sillaba del mantra principale della figura – per esempio, le coordinate orizzontali e verticali della casella che la contiene. Alla fine di ogni sillaba un assistente prende un po’ di polvere colorata dallo specchio e con questa scrive la sillaba su un altro specchio di metallo. Attraverso questo rituale, si acquista una salda convinzione circa l’accuratezza del mantra.

Voti

I voti (sdom-pa) tracciano dei confini al di là dei quali promettiamo di non spingerci. Sono formulati in termini di due tipi di “azioni non encomiabili” che promettiamo di evitare:

  1. Le azioni non encomiabili per natura (rang-bzhin-gyi kha-na ma-tho-ba) sono quelle per natura distruttive (mi-dge-ba, non virtuose), come l’uccidere.
  2. Le azioni non encomiabili proibite (bcas-pa’i kha-na ma-tho-ba) sono eticamente neutre (lung ma-bstan, non specificate) ma bandite dal Buddha in quanto dannose per alcuni tipi di praticanti. Per esempio il mangiare dopo mezzogiorno, vietato ai monaci e alle monache perché tende ad annebbiare la mente e quindi rende difficile la meditazione serale.

Nella tradizione Ghelug, i praticanti che desiderano ricevere un potenziamento o un permesso successivo devono aver ricevuto e mantenuto puro qualche tipo di voto pratimoksha (di liberazione individuale) per i laici o per i monaci. In caso contrario, dovranno prendere un certo livello di voto pratimoksha nel corso della cerimonia. Le altre tradizioni non Ghelug richiedono di aver preso e mantenuto puro almeno i voti del rifugio: anche questi possono essere ricevuti per la prima volta nel corso della cerimonia.

Ogni potenziamento, permesso successivo o raccolta di mantra richiede di ricevere i voti del bodhisattva, consistenti nell’astenersi da azioni scorrette (nyes-pa) che c’impedirebbero di dare il massimo aiuto possibile agli altri. Supponiamo per esempio che cerchiamo di attirare studenti lodando noi stessi e criticando gli altri, spinti dall’attaccamento per ottenere denaro, amore, fama o attenzione dagli altri. Noi facciamo voto di astenerci da questo comportamento scorretto, che c’impedisce di essere davvero di aiuto agli altri in quanto motivato dall’egoismo.

Per ricevere potenziamenti, permessi successivi o raccolte di mantra nelle due classi superiori del tantra, occorre anche prendere i voti tantrici, consistenti nell’impegno ad astenerci da azioni scorrette che sarebbero di ostacolo alla nostra pratica tantrica. Per esempio, supponiamo di avere scarsa considerazione dei nostri maestri e di ritenerli presuntuosi, ipocriti ed incompetenti. Questo nostro atteggiamento crea ostacoli nel seguire le pratiche che essi c’insegnano. Giudicandoli in quel modo, non avremo fiducia nelle loro istruzioni. Senza fiducia, la nostra pratica non sarà efficace e non otterremo realizzazioni. La fiducia necessaria sorge dall’aver esaminato attentamente e completamente le qualificazioni del maestro prima di aver ricevuto un’i niziazione, in modo da aver superato ogni dubbio o indecisione.

Il solo essere presente a una cerimonia d’iniziazione o di permesso successivo non fa sì che si ricevano i voti tantrici per la prima volta. Per ricevere i voti è necessario prenderli consapevolmente e promettere di conservarli quanto più puri possibile. Promettiamo di mantenere i voti di pratimoksha per il resto della nostra vita. Promettiamo invece di mantenere i voti del bodhisattva e quelli tantrici per tutte le vite successive, fino a quando otterremo l’i lluminazione.

Pratiche che creano una stretta connessione e promesse di pratica ininterrotta

I potenziamenti richiedono anche d’impegnarsi in alcune pratiche che creano una stretta connessione (dam-tshig, sct. Samaya, impegni, parole d’onore). Si tratta di azioni costruttive o eticamente neutre che favoriscono la pratica spirituale, e che promettiamo di adottare.

Nel seguire queste pratiche ci colleghiamo strettamente a

  • Una certa classe di tantra, come l’anuttarayoga,
  • Una divisione specifica dell’anuttarayoga, per esempio il tantra madre (ma-rgyud), oppure
  • Una delle famiglie di Buddha (sang-rgyas-kyi rigs).

Nel tantra madre vengono sottolineati i metodi utili per raggiungere la cognizione non concettuale più sottile della vacuità. Una famiglia di Buddha è un aspetto della natura di Buddha, rappresentata da una forma di Buddha maschile principale, conosciuta in occidente come uno dei “Dhyani-Buddha.” Una famiglia di Buddha comprende anche altre forme, tra cui Buddha femmine e bodhisattva sia maschi che femmine.

I potenziamenti e i permessi successivi comportano generalmente anche promesse di pratica ininterrotta (khas-len, impegni) per il resto di questa vita. Può trattarsi:

  • Dell’impegno alla recitazione quotidiana di un certo numero di ripetizioni di un mantra;
  • Dell’impegno alla recitazione quotidiana di una sadhana;
  • Dell’impegno all’offerta di tsog due volte al mese (specialmente per il tantra madre);
  • Dell’impegno ad effettuare un ritiro.

Ritiri tantrici e Puja del fuoco

L’impegno del ritiro consiste generalmente nel completamento di un ritiro funzionale (las-rung). Una volta compiuto e concluso dalla puja del fuoco (sbyin-sreg), tale ritiro rende la nostra mente funzionale rispetto a quella particolare pratica e forma di Buddha. Funzionale significa che ci mette in grado di prendere l’autopotenziamento (bdag-‘jug, autoiniziazione) per purificare e rinnovare i nostri voti, ci autorizza a compiere altri rituali relativi a quella forma di Buddha ed anche, una volta soddisfatti alcuni ulteriori requisiti, a conferire ad altri i tre tipi di iniziazione.

Nel corso di un ritiro funzionale i mantra della principale forma di Buddha vengono ripetuti molte centinaia di migliaia di volte, a seconda della pratica e del numero di sillabe nel mantra. I mantra delle altre figure del mandala vengono ripetuti diecimila volte. Tutto questo viene distribuito in quattro, tre, due o una sessione al giorno. In ogni sessione si recita la sadhana, omettendo in specifiche sessioni alcune brevi sezioni.

Se pratichiamo quattro sessioni al giorno, dobbiamo limitare i nostri spostamenti ad un’area circoscritta ed anche il numero di persone che incontriamo durante il ritiro dev’essere limitato. Se pratichiamo meno di quattro sessioni, non dobbiamo necessariamente limitarci negli spostamenti o nei contatti con altre persone. Dovremo semplicemente praticare ogni sessione nello stesso luogo, sulla stessa sedia.

Una puja del fuoco consiste nell’offerta di un gran numero di sostanze particolari che vengono gettate nel fuoco nel corso di un elaborato rituale. I partecipanti visualizzano se stessi nella forma di Buddha oggetto della pratica ed il fuoco nella forma di Agni (Me’i lha), la divinità del fuoco che è comune sia al Buddhismo che all’Induismo. La forma di Buddha oggetto della pratica viene visualizzata nel cuore di Agni. La puja del fuoco consuma o purifica gli errori che possiamo aver compiuto nel corso del ritiro, e lega ancora più strettamente i praticanti alla forma di Buddha oggetto del ritiro.

Trasmissioni orali e spiegazioni tantriche

Oltre ai tre tipi di cerimonie di iniziazione di cui si è detto, prima di applicarci alla pratica intensiva di una sadhana o al ritiro funzionale, è necessario riceverne la trasmissione orale (lung) e la spiegazione (khrid, “tee”).

Nel corso della trasmissione orale il nostro maestro tantrico legge ad alta voce, spesso molto velocemente, la sadhana o il testo della spiegazione. Ascoltare la recitazione da parte di un maestro che l’ha ricevuta a sua volta, fa sì che al discepolo ne venga trasmesso il lignaggio ininterrotto fin dalla sua origine.

Questa tradizione risale ai tempi del Buddha; infatti nei primi quattro secoli dopo la sua dipartita nessuno dei suoi insegnamenti venne messo per iscritto. I singoli insegnamenti vennero memorizzati da diversi gruppi di monaci che li trasmisero alle generazioni successive recitandoli ad alta voce più e più volte, fino a quando i discepoli non li avessero imparati a memoria perfettamente. La recitazione in gruppo garantiva che il testo non subisse corruzioni dovute ad errori di memoria dei singoli monaci.

Per il successo della trasmissione, non era importante che i monaci (che recitavano) o i discepoli (che ascoltavano) comprendessero il significato del testo recitato. Il punto essenziale era solo che tutte le parole venissero trasmesse correttamente senza omissioni, aggiunte od errori nel testo. Quando si studia o si pratica un insegnamento buddhista è importante aver fiducia che il contenuto sia privo di corruzioni. Solo se abbiamo fiducia nel testo di un insegnamento infatti potremo investigarne correttamente il significato. Se non ne comprendiamo qualche punto, sapremo attribuire la responsabilità alla nostra mancanza di conoscenza e di esperienza, non alle parole del testo. Quindi ancora oggi i monaci, le monache ed i praticanti laici tibetani memorizzano i testi principali ripetendoli ad alta voce, prima di iniziarne lo studio o la pratica. Inoltre ancora oggi questi testi vengono recitati a memoria in coro, nel corso delle loro riunioni.

Oggigiorno tutti gli insegnamenti si possono trovare in forma scritta, quindi le trasmissioni orali sono raramente date attraverso la recitazione a memoria o in gruppo dei testi. Generalmente una sola persona dà la trasmissione leggendo il testo ad alta voce. Talvolta nel corso della trasmissione vengono messe a confronto diverse edizioni del testo, in modo da controllare ed eliminare eventuali letture corrotte che possono inavvertitamente essere sorte.

La tradizione della trasmissione orale non è limitata al tantra, ma di norma riguarda tutti i testi buddhisti, e non solo quelli composti dal Buddha. Anche per le opere di autori successivi indiani, tibetani e mongoli esistono lignaggi di trasmissioni orali iniziati dagli stessi autori.

Ritiri di tre anni

Nelle tradizioni non Ghelug spesso i praticanti effettuano ritiri della durata di tre anni, durante i quali

  • Ripetono i preliminari speciali,
  • Praticano un addestramento intensivo in alcune delle pratiche del bodhisattva comuni ai sutra, come la addestramento degli atteggiamenti mentali (blo-sbyong, “lojong”, allenamento mentale),
  • Imparano ad eseguire i rituali e a suonare gli strumenti musicali rituali,
  • Completano i ritiri funzionali delle principali forme di Buddha del loro lignaggio.

Nella tradizione Ghelug i praticanti completano le stesse pratiche, una alla volta, distribuendole diversamente nel tempo, durante il loro allenamento. Non le praticano consecutivamente nel contesto di un ritiro di tre anni.

Dopo aver acquisito un sufficiente allenamento nel tantra, i praticanti di tutte le tradizioni possono affrontare ritiri di tre anni di “grande approssimazione” (bsnyen-chen) di una particolare forma di Buddha, durante i quali ripetono decine di milioni di mantra ed effettuano un gran numero di puje del fuoco estremamente elaborate. Lo scopo del ritiro è avvicinarsi alla realizzazione della particolare forma di Buddha (bsnyen-sgrub) oggetto del ritiro ed ottenere realizzazioni effettive (dngos-grub, sct. siddhi).

Yidam, Dakini e Protettori del Dharma

Gli Yidam sono forme di Buddha maschili o femminili ai quali ci leghiamo con corpo, parola e mente come metodo per raggiungere l’illuminazione. Realizziamo questa stretta connessione (dam-tshig, sct. Samaya) visualizzando noi stessi nel loro aspetto, porgendo offerte, recitando mantra e offrendo puje del fuoco.

Le dakini (mkha’-‘gro-ma) e i daka (mkha’-‘gro) sono figure rispettivamente femminili e maschili che rappresentano la nostra esperienza di consapevolezza beata della vacuità, e ci aiutano a svilupparla. In una sadhana immaginiamo di emanarli come divinità delle offerte, ed immaginiamo che porgano i diversi tipi di offerta ai Buddha, agli esseri limitati e, nella tradizione Ghelug, a noi stessi nell’aspetto di forme di Buddha. Nella pratica dell’anuttarayoga li immaginiamo anche in alcuni punti critici del nostro sistema energetico sottile.

I daka vengono anche chiamati vira (dpa’-bo, eroi spirituali) e le dakini virini (dpa’-mo, eroine spirituali) e yogini (rnal-‘byor-ma). Spesso i termini dakini e yogini sono usati in senso lato per indicare praticanti di sesso femminile oppure l’insieme delle figure femminili di un mandala. Talvolta una dakini può anche fungere da yidam, nel cui aspetto il praticante si visualizza, come Vajrayoghini (rDo-rje rnal-‘byor-ma).

I protettori del Dharma (chos-skyong, sct. dharmapala) sono figure maschili o femminili che proteggono i praticanti dalle interferenze. Al livello più profondo rappresentano la nostra consapevolezza beata della vacuità in aspetto di potenti figure energetiche – la migliore protezione dalle interferenze. Con noi stessi come forme di Buddha, visualizziamo anche determinati protettori in ogni direzione, dentro o intorno al nostro mandala.

Nella pratica di particolari yidam invitiamo nel nostro mandala anche certi altri tipi di protettori del Dharma, come Mahakala (dGon-po) o Palden Lhamo (dPal-ldan lha-mo, sct. Shridevi), ai quali porgiamo offerte e chiediamo di assisterci nelle nostre attività volte all’illuminazione. Molti di questi protettori erano originariamente potenti spiriti, spiriti rapaci (yi-dags, spiriti famelici) oppure esseri divini (lha, dèi) di tradizioni non buddhiste. Alcuni erano nocivi, altri semplicemente custodi di cime montane o di particolari regioni locali. Questi spiriti sono stati soggiogati da grandi maestri del passato, ed hanno loro prestato giuramento di proteggere il Dharma buddhista ed i suoi praticanti.

In quanto forme di Buddha noi siamo come i padroni, mentre i protettori del Dharma di cui ci serviamo sono come i nostri feroci cani da guardia, che possono rivoltarcisi contro se non abbiamo la forza di controllarli e di nutrirli regolarmente. Ecco perché le pratiche in cui si invitano nel mandala determinati protettori del Dharma sono molto avanzate, inadatte ai principianti. Per queste pratiche generalmente è richiesto di aver ricevuto permessi successivi (jenang) specifici dei singoli protettori.

Pratiche elaborate di questo genere sono i cosiddetti rituali “mantenere e rigenerare” nel corso dei quali il praticante, visualizzato come forma di Buddha, ricorda al protettore di mantenere gli impegni presi e rigenera la propria stretta connessione con il protettore stesso porgendogli offerte speciali. Un altro rituale consueto è la libagione dorata (gser-skyems), in cui il praticante offre al protettore dell’alcol o del tè nero, ma senza assaggiarlo noi stessi. È possibile anche semplicemente invitare i protettori nel nostro mandala per porgere loro offerte, in particolare di torme, e fare richieste (gsol-‘debs). Tutte queste pratiche in occidente sono chiamate informalmente “puje ai protettori.”

Per stabilire un legame ancora più stretto con un protettore del Dharma, si può fare un ritiro del protettore durante il quale i mantra associati vengono recitati centinaia di migliaia di volte, concludendo con una puja del fuoco.

Dopo essersi generato nell’aspetto di una forma di Buddha, un praticante può invocare certi protettori del Dharma, come Palden Lhamo, per avere aiuto nel fare pronostici (mo, thugs-dam) usando dadi o grani del rosario. È necessario però aver completato il ritiro dello specifico protettore per questa pratica.

In alcune tradizioni buddhiste certi protettori del Dharma fungono anche da yidam, come Mahakala nella tradizione Kagyu. Generalmente però non accade che un praticante si visualizzi nell’aspetto di un protettore del Dharma.

La rapidità del tantra

Le prime tre classi del tantra sono molto più rapide dei metodi propri del sutra, perché attraverso la loro pratica è possibile protrarre la durata della propria vita e quindi, nel corso di questa vita protratta, raggiungere l’illuminazione. Tuttavia seguendo i metodi dell’anuttarayoga è possibile raggiungere l’illuminazione nel corso di una vita di durata ordinaria, entro un periodo di tre anni e tre fasi lunari (lo-gsum phyogs-gsum). Per fase lunare s’intende il periodo che va dalla luna nuova alla piena, o dalla luna piena alla nuova.

Non bisogna però prendere troppo alla lettera questa durata di tre anni e tre fasi lunari, o usarla a scopi di propaganda o di marketing per attirare la gente alla pratica dell’anuttarayoga. Infatti questa indicazione deriva dall’esposizione, propria del Kalachakra, del conteggio di un tipo particolare di respiri di vento-energia sottile (rlung, sct. Prana) nell’arco di una vita della durata di cento anni, e rappresenta soltanto un breve intervallo di tempo. Per buon auspicio i grandi ritiri funzionali hanno questa durata, come pure i ritiri di addestramento di base nell’a nuttarayoga tantra delle tradizioni diverse da quella Ghelug.